Politica
giovedì 25 novembre 2010
Il tema del federalismo differenziato recentemente rilanciato da Emma Mercegaglia è una soluzione opportuna per l’Italia, dove il divario tra Nord e Sud ormai non ha alcun equivalente all’interno dei Paesi Ocse. Oggi, a distanza di dieci anni dalla sua approvazione, si può concludere che uno dei fattori che ha concorso ad aggravare l’enorme divario sia stata la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha decentrato in modo imponente competenze legislative ed abolito controlli secondo un criterio di piana uniformità e senza gli strumenti necessari a gestire adeguatamente il processo (in primis il federalismo fiscale e inoltre il Senato federale).
Volendo tirare un bilancio di quella riforma costituzionale si deve arrivare ad una duplice conclusione. La prima è che quel federalismo incompiuto ha fornito una pessima prova in quasi tutto il Mezzogiorno. I fatti di Terzigno e il persistere del caso sui rifiuti di Napoli, gli ultimi dati sulle case fantasma (per cui nella Provincia di Salerno queste ammontano a 93.389 unità mentre a Belluno sono 3.616), le recenti denunce degli ispettori del Tesoro sui conti della sanità campana (gestione Bassolino), alcuni dati sull’utilizzo dei fondi Fas, dimostrano quanto ormai l’Italia viaggi di fatto a due velocità. Le radici storiche di questi fenomeni sono certo complesse, ma è altrettanto certo che, appunto, in tutta Europa (e non solo) non esiste una situazione equivalente.
La seconda conclusione è uguale e contraria alla prima: il federalismo, sebbene incompiuto, ha fornito una buona prova in diverse regioni del Nord, al punto di farne un modello europeo. Basti pensare a certe innovazioni regionali relative al modello di welfare, improntate al principio di sussidiarietà (ad esempio in Lombardia). Questo dualismo, a mio avviso, può essere trasformato in un’opportunità proprio attraverso il federalismo differenziato. Occorre quindi abbandonare e capovolgere quella logica dell’uniformità che per decenni ha guidato in modo fallimentare l’attuazione del nostro regionalismo. In forza di quella logica al Veneto è stato accordato solo il livello di autonomia ipotizzabile per la Calabria. La prospettiva, altamente ideologica, era quella di realizzare servizi uguali in tutto il Paese. Alla prova dei fatti l’eguaglianza non è stata minimamente raggiunta e ciò che si è concretamente ottenuto è stato di bloccare, a danno di tutti, le possibilità di sviluppo di alcune regioni virtuose.
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