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SCENARIO/ Fiducia, ecco gli scenari possibili dello scontro Berlusconi-Fini

Da settimane si parla del voto del 14 dicembre. Abbiamo assistito alla guerra dei numeri, dei cambi di schieramento e delle temute assenze. Ma cosa accadrà tecnicamente in Aula nel "giorno della verità"? Le risposte di LORENZA VIOLINI

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A pochi giorni dal voto di fiducia, programmato per settimana prossima, il "rimpasto" di cui si legge sui giornali si presenta come un'ipotesi sempre meno praticabile, anche se non tecnicamente impossibile, dato che consisterebbe in una semplice  sostituzione di alcuni ministri dimissionari con nuove personalità politiche. Nel caso il Presidente del Consiglio dovrebbe chiedere al Presidente della Repubblica di fare le nuove nomine, dopo aver preso atto delle dimissioni dei vecchi componenti del governo. 

Se tutto ciò avvenisse nel corso della giornata di lunedì, martedì la mozione di sfiducia potrebbe essere ritirata, ma la recente radicalizzazione delle posizioni  tra gli avversari (dimissioni o sfiducia da un lato e il rifiuto di “tradire” il mandato ricevuto dagli elettori dall'altro) avvalora l’ipotesi dello scontro diretto in Parlamento.

Sul voto, abbiamo assistito in queste settimane a una continua guerra di numeri, di cambi di schieramento, di gentili signore della maggioranza che sfidano le possibili doglie da parto pur di essere presenti nel "giorno della verità". ll che si spiega visto che la sfiducia può essere votata a maggioranza semplice; in altre parole, è sufficiente che la metà più uno dei presenti approvi la (voti sì alla) relativa mozione  per aprire la crisi di governo.

Una crisi i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili vista l’insufficienza della prassi fin qui seguita a rispondere in modo coerente a una situazione per molti aspetti inedita,  per due motivi: la nuova legge elettorale del 2005, che ha consentito al corpo elettorale di indicare il candidato premier pur in costanza di un sistema costituzionale basato sulla nomina presidenziale e sulla fiducia,   e i risultati delle elezioni del 2008, che hanno sancito la tanto agognata bipolarizzazione della politica italiana, vanificata dalle scelte di Fini.