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DOPO FIDUCIA/ Silvio, Pier e la botte di ferro del Senatur

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Naturalmente sarebbe una fiducia a tempo, condizionata a temi come il quoziente familiare e in cambio di un ripensamento centrista sul federalismo. A patto che non sia troppo invasiva e penalizzante per il profilo di lotta e di governo del Carroccio. Ma Bossi farebbe sempre a tempo a staccarsi e a staccare la spina all’esecutivo al momento opportuno, giusto per il voto di primavera. Addossando le colpe delle mancate riforme ai democristiani e allo stesso Cavaliere che ha voluto richiamarli in servizio. Il suo è come spesso accade in questi anni un gioco win-win. Provare un mini abboccamento in fondo non costa quasi nulla.

 

Eccola dunque la road map leghista: si proverà un abbozzo di negoziato con Casini, manfrina o cosa seria, lo si capirà a breve. Se poi mancherà lo spazio o il leader Udc non ne vorrà sapere di rientrare, si spalancherebbero subito le porte del voto. Ma il punto vero è che oggi il pallino è tutto in mano a Bossi. Sarà lui, se del caso, a costringere un riottoso Berlusconi a salire al Colle. Già nella divisione dei ruoli è chiaro lo schema: i delfini Roberto Maroni (“il premier allarghi la maggioranza o non resta che il voto e comunque l’Udc ha votato contro il federalismo, dunque la strada non è in discesa”) e Roberto Calderoli (“il governo non mangerà la colomba”) a mettere pressione e tenere in campana gli attori in campo; il capo supremo a dare l’ok al (difficile) negoziato. Tutto si tiene insomma.

 

Ancora qualche giorno, e se ne capirà di più.



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