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SCENARIO/ Zanon: così Berlusconi può ridare alla politica lo spazio che le hanno tolto i pm

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È il tema dei rapporti tra candidature politiche e privata moralità. Il Pdl lo scopre ora, ma dovrebbe recitare il mea culpa per non averci pensato prima. Col risultato di trovarsi ora ad inseguire la situazione e ad accorgersi che non si può delegare alle procure la composizione delle liste.

 

C’è questo rischio?

 

Naturalmente sì, ma c’è in quanto la politica non ha fatto in modo autorevole e tempestivo il suo mestiere. Ci sono due soluzioni possibili. Una è quella di affidarsi alla deontologia dei partiti. Il fatto è che l’elettorato passivo è un diritto fondamentale; ma fino a che punto si può «comprimere» l’elettorato passivo in mancanza di una sentenza che accerta la colpevolezza del candidato? È difficile dirlo. Nella scorsa legislatura c’era un progetto per estendere alle elezioni politiche le cause di ineleggibilità o di non candidabilità per essersi resi responsabili con sentenza almeno di primo grado di particolari reati gravi. Poi non se ne fece nulla, ma è un’idea che andrebbe rispolverata.

 

Una soluzione dunque sta nei codici di comportamento delle singole forze politiche. E l’altra?

 

Non resta che lo strumento imperativo della legge. La politica ci pensi bene. Usare solo la sanzione penale è uno strumento ex post che può servire a poco, perché fa la faccia feroce, ma non tocca le cause del fenomeno.

 

Su quello che sta accadendo non c’è anche l’ombra di un certo giustizialismo?

 

Ma quello c’è sempre stato. Purtroppo non possiamo prescinderne perché, nostro malgrado, è ormai un elemento fisso della scena politica. Proprio per questo sono richieste scelte realmente lungimiranti.

 

A Berlusconi che sembra intenzionato a mettere al primo posto la riforma della giustizia, l’altro ieri ha replicato a distanza il presidente Fini, che vorrebbe invece cominciare dalla riforma delle Camere. Che ne pensa?

 

Da un lato Fini ha ragione perché la riduzione del numero dei parlamentari attesterebbe la buona volontà di autoriforma della classe politica. Dall’altro è un fatto che si sta lavorando a una riforma della giustizia, ma il timing è tale che invece di essere una riforma di civiltà e una risposta alle questioni aperte, gli eventi congiurano a farla sembrare una ritorsione politica. Ci vorrebbe un scatto d’orgoglio per riformare tutte e due, giustizia e bicameralismo. Ma nella melassa in cui siamo il vero disastro sarebbe di non fare né l’una né l’altra cosa, e di continuare a parlare eternamente di riforme.

 

 



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