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ELEZIONI/ Perché Berlusconi e Bersani scelgono la Piazza come "terapia di gruppo"?

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La risposta è semplice. Non si sarebbe arrivati a una stretta politico-istituzionale che è certo per molti aspetti farsesca, ma non per questo meno pericolosa. Non si sarebbe strattonato da una parte e dall’altra ai limiti dell’indecenza, e anche oltre, Giorgio Napolitano. Nel migliore dei casi, si sarebbe trovata una qualche soluzione politica, ovviamente  condivisa, per la questione del Lazio. Nel peggiore, si sarebbe preso atto che i maggiorenti del Pdl romano, per imperizia o per altro, avevano combinato un guaio cui era impossibile porre rimedio: le opposizioni ne avrebbero tratto un ovvio vantaggio, anche propagandistico, il centrodestra avrebbe cercato di limitare il danno convogliando tutti gli sforzi, in campagna elettorale, sulla candidata Polverini e sul suo listino, e rinviando al dopo elezioni il chiarimento o, a loro scelta, la resa dei conti interna. Tutte cose che in politica, in specie in una politica così scombiccherata come la nostra, possono benissimo capitare senza che di mezzo ci vadano le istituzioni.

In piazza. Ma perché?

Invece no. L’esito è (Consiglio di Stato permettendo) quello previsto. Ma il gioco di guerra continua e, con il decreto, si incattivisce. Il centrosinistra scende in piazza già domani a Roma. Contro chi manifesta, e per che cosa? Difficilissimo dirlo, dopo che il varo del contestatissimo “decreto interpretativo” si è oltretutto rivelato del tutto inutile, perché il Tar lombardo ha dato il suo via libera a Formigoni, come avrebbe detto Totò, “a prescindere”, e il Tar del Lazio ha detto no al Pdl ricordando al colto e all’inclita che il decreto è inapplicabile in quella regione, per il semplice motivo che sulle leggi elettorali decide lei. Qualunque cosa intenda dire, dal palco, Antonio Di Pietro, buona parte della piazza sarà ovviamente antiberlusconiana ad oltranza, ma tenderà a prendersela non poco con Napolitano. Bersani, che non vuole smarcarsi dal Quirinale né tantomeno finire prigioniero di Di Pietro, probabilmente si chiede perché mai ha deciso di convocare d’urgenza la piazza. Non potendo convocarla, cerca di alzare paletti e mettere argini, assicurando che, con questa manifestazione, il Pd intende fare tutt’altro: in poche parole, passare “dalla protesta alla proposta”. Auguri sinceri, ma (basta farsi un giretto sulla rete) l’occasione non pare onestamente la più propizia. Ci manca solo una contestazione di piazza al capo dello Stato.

Il 21, invece, in piazza ci andrà Berlusconi con il centrodestra (compresa quella parte, non piccola, del centrodestra che è molto perplessa per la china presa dagli eventi. La manifestazione sarà sicuramente oceanica. Berlusconi dovrebbe prendersela forse un po’ con se stesso, sicuramente con i suoi. Se la prenderà invece, sulla falsariga di quel che va dicendo in queste ore, e magari andando ulteriormente oltre, con bolscevichi, radicali, toghe rosse e via dicendo. Può darsi, come recita un giorno sì e l’altro pure la stampa amica, che la cosa gli valga a recuperare entusiasmi o quanto meno consensi. Mi consento di dubitarne. La promessa del 1996 è stata clamorosamente disattesa, di classi dirigenti non si intravede nemmeno l’ombra. Se è lecito parafrasare il motto aureo della medaglia dell’amore di tanti anni fa: oggi peggio di ieri, meglio di domani.



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COMMENTI
12/03/2010 - Perché Berlusconi sceglie la Piazza (ennio rossi)

Perchè ha fallito. Ha fallito in tutti i modi, in quanto doveva essere l'uomo del fare invece ha fatto ben poco. Non ha saputo nemmemo proteggere il potere d'acquisto degli italiani dopo l'entrata dell'euro. Questa dura svalutazione di stipendi e pensioni (1 euro = 1000 lire)ce la portiamo avanti e chissà ancora per quanti anni. Il popolo che paga le tasse si è impoverito i commercianti, i professionisti, i produttori di impresa in genere invece si sono arricchiti.

 
12/03/2010 - A quelli che giustamente vogliono votare Formigoni (Michele Donnanno)

Sono totalmente d'accordo con lei. E perciò penso che sia stato un errore aver invocato anche per la Lombardia la teoria del complotto o dello strabismo dei giudici, o peggio ancora la richiesta di una democrazia sostanziale o di un intervento politico. In tutta questa vicenda ne sono uscite malconce le regole e gli istituti di garanzia. Ma se questo accade il paese è su una china molto pericolosa, più pericolosa di quanto una eventuale mancanza di Formigoni alla competizione elettorale avrebbe potuto rappresentare.Michele Donnanno