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RU486/ Cari "federalisti a metà", sulla pillola abortiva Cota e Zaia hanno ragione

Pubblicazione:martedì 6 aprile 2010

ru486_scatolaR375.jpg (Foto)

 

Le coraggiose sortite dei neo-governatori leghisti Roberto Cota e Luca Zaia sul tema della pillola abortiva RU486 hanno scatenato una ridda di reazioni scomposte, oltre al consueto becero repertorio di contumelie. Rozzi, retrogradi, oscurantisti, reazionari e adesso pure baciapile, sanfedisti, zuavi e papalini.

Le accuse più benevole rivolte ai due malcapitati presidenti sono state di ignoranza della legge, di mancanza di rispetto del principio di legalità, di analfabetismo giuridico, di totale incompetenza, di travalicamento dei poteri e di grossolana ed arrogante somaraggine.

Io che mi picco di conoscere alquanto bene la Legge 22 maggio 1978, n. 194, recante «norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza», posso, invece, confermare la piena fondatezza delle posizioni assunte dai due presidenti delle regioni Piemonte e Veneto.

 

Mi riferisco, in particolare, agli articoli 15 e 19 della predetta legge 194. La prima di queste disposizioni rappresenta la fonte normativa del potere di intervento da parte dei governatori, in quanto precisa che sono proprio «le regioni» a promuovere l’aggiornamento «sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Nulla quaestio, quindi, sul fatto che i presidenti regionali abbiano una voce in capitolo sulle nuove tecniche abortive - tra cui certamente rientra la Ru486 - e sul dovere di garantire che le stesse si dimostrino, come afferma la legge, «più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza».

 

La seconda disposizione normativa da tenere presente è l’art. 19 della Legge 194/78, il quale conferma l’assunto secondo cui in Italia l’aborto volontario è reato ed è punito con pene che differiscono a seconda delle diverse ipotesi. Reclusione sino a tre anni, o reclusione da uno a quattro anni per chi cagiona l’aborto. Multa di euro 51,65, o reclusione sino a sei mesi per la donna che abortisce. Le pene sono aumentate fino alla metà nel caso l’aborto riguardi donne minori o interdette. Se dall’interruzione volontaria della gravidanza deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni. Se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni. Se la lesione personale è grave quest’ultima pena è diminuita, mentre le pene vengono aumentate se la morte o la lesione riguardano donne minori od interdette.

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’articolo di Gianfranco Amato

 

 


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COMMENTI
06/04/2010 - Le vittime della ru486 (Alberto Pennati)

Ringrazio l'avv. Amato per le notizie competenti che ha fornito e che non conoscevo. Condivido anche, al 100%, il suo giudizio sui cosidetti "cattolici adulti" (parole sprezzanti, che però individuano benissimo coloro che ritengono dei "bambini" quei cattolici che non la pensano come loro; meglio così; Qualcuno credo abbia detto (più o meno così): "se non diventerete piccoli come loro, non entrerete nel regno dei cieli"). Mi permetto solo di aggiungere alcuni nomi, che credo sia molto importante che, chi vuole veramente informarsi degli effetti della tanto attesa e promossa pillola, dovrebbe conoscere. Manon Jones, 18 anni, morta di emorragia al Southmead Hospital di Bristol; Rebecca Tell, svedese di 16 anni, morta di emorragia sotto la doccia; Oriane, figlia di Didier Sicard (presidente del comitato di bioetica francese), donne e ragazze tutte uccise dalla pillola ru486. E solo sono alcuni, ed infinitesimali, dei casi verificatisi. Qualcuno così sostenitore di questa pillola si sente ancora fiero paladino?

 
06/04/2010 - Sofisma più sofisma meno (spadon gino)

L'articolo è zeppo di sofismi che non val la pena di contestare dal momento che l'articolo stesso si fonda su una premessa falsa che inficia tutta l'argomentazione. Vi si dice infatti che la Regione ha un diritto di "aggiornamento" in materia di aborto. Il che non è assolutamente vero. Il suo diritto di aggiornamento riguarda solo il personale sanitario. Ecco infatti come recita il primo comma dell'articolo 15 della legge 194: "Le regioni, d'intesa con le universita’ e con gli enti ospedalieri, promuovono l'aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull'uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione della gravidanza".

RISPOSTA:

Come si possa considerare il mio articolo “zeppo di sofismi”, francamente faccio fatica a comprenderlo. La mia tesi – finora mai confutata nel merito – si fonda, infatti, su due assiomi costituiti dagli artt. 19 e 15 della L. 194. Il primo sostiene che l’aborto è un reato se consumato a domicilio, come avverrebbe con la somministrazione della Ru486 in day hospital. E su questo sfido il lettore a dimostrare il contrario. Il secondo assioma è che le regioni, sia pur d’intesa con le università e gli ospedali, vigilano sull’aggiornamento del personale sanitario in ordine alle tecniche più moderne (tra cui la Ru486) affinchè siano «più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Come si fa, quindi, a non comprendere che i governatori hanno il dovere di vigilare sulla piena attuazione della L. 194, di impedire la commissione di reati e, quindi, di garantire la piena attuazione dell’art. 15? Sulla questione dell’aggiornamento, peraltro, mi hanno segnalato che in un’intervista rilasciata ad Avvenire lo scorso 2 aprile ("Legittimo fermare tutto, è la legge 194 a dare alle regioni questo potere", pag.7), il prof. Alberto Gambino, docente di diritto privato all’Università Europea di Roma, ha utilizzato pressoché lo stesso mio ragionamento sull’art.15. Se anche il Prof. Gambino deve essere considerato un sofista, beh, allora posso dire di essere in ottima compagnia. Gianfranco Amato