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SCENARIO/ 2. Tosi (Lega): Tremonti, perchè tagli i soldi a Verona ma li lasci a Napoli?

Flavio Tosi (foto Imagoeconomica) Flavio Tosi (foto Imagoeconomica)



Chiamparino sbaglia. Due giorni fa tutti i sindaci del Veneto si sono trovati proprio a Verona per mandare un messaggio forte al governo, chiedendo di modificare la finanziaria.
Per quanto riguarda l’autonomia fiscale quando il federalismo sarà realtà verranno attribuiti ai vari livelli di governo i rispettivi poteri fiscali, in modo da chiarire quali tasse andranno a finanziare cosa. Occhio però a non passare “dalla padella alla brace”.

Cosa intende?


Deve realizzarsi un trasferimento. Ovvero, lo Stato deve smettere di incamerare una parte delle tasse e lasciare spazio ai comuni. Se ciò non dovesse avvenire, se lo Stato non dovesse arretrare e continuasse a obbligare i comuni a sistemare i propri conti con nuovi prelievi, scopriremmo di aver realizzato il “federalismo delle tasse”.

Il sindaco torinese contesta anche il risultato del federalismo demaniale: i fiumi e i laghi porterebbero solo problemi e spese, sulle caserme invece il governo sarebbe molto meno generoso. È d’accordo?

 
Penso che la gestione di laghi, fiumi e beni militari dismessi sia un fatto positivo per i comuni. A me risulta che anche le caserme siano incluse nel disegno del federalismo demaniale. Probabilmente è solo un problema di tempistica, basta avere un po’ di pazienza.

Riguardo al recente dibattito sul taglio delle province qual è invece il suo giudizio?

Non ritengo che la provincia sia un ente inutile, soprattutto se gestito bene. Nella nostra regione sono ben amministrate ed efficienti e le attribuzioni da parte delle regioni continueranno ad aumentare. Se si procede in questa direzione diverranno sempre più enti strumentali positivi.

Il discorso di Umberto Bossi a Pontida è stato letto dai commentatori come un tentativo di tranquillizzare la base riguardo al federalismo. Anche lei avverte una certa preoccupazione nel partito?






COMMENTI
23/06/2010 - Perché ammiro il Bossi (3) (spadon gino)

Mi convince e mi esalta infine (ma gli esempi potrebbero continuare) la sua politica linguistica, quel suo diuturno combattimento in favore del dialetto, stigma indelebile dell'uomo all'uscir dal "pappo e 'l dindi".. Ben vengano quindi tutti i dialetti da quello, piuttosto effeminato, parlato a Porto Viro separato dal mio paese dagli oltre 500 metri del ponte sul Po, a quello parlato nella lontana Mesola, (7 km: un abisso!) che è tutto un mescolar di singulti e ringhi. Ma su tutti primeggi, s'intende, il mio dialetto quello parlato a Taglio di Po, il luogo dove son nato. E si badi ad essere filologicamente rigorosi per cui questo dialetto andrà recuperato, in prima istanza, in almeno quattro delle sue varianti: quella dei "piasaroi" (abitanti del centro), quella dei "contadinanti" (abitanti del contado) quella dei "marinoti" (abitanti del delta) e infine quella dei "mazornanti" (abitanti di un borgo lontano e selvatico). Si penserà più tardi, illuminati sempre dal circolo linguistico della Val Brembana che nulla ha da invidiare a quello di Praga, ad altre varianti minori come quelle legate all’età del parlante, al sesso, al censo, al grado di cultura e, infine, al connotato di autoctono o di immigrato. (Ho saputo da fonte solitamente bene indormata, che il circolo linguistico valbrembanese ha in animo di pubblicare le grammatiche dei 12.500 dialetti padani. Il progetto verrà realizzato non appena saranno emanati i decreti attuativi del federalismo fiscale)

 
23/06/2010 - Perché ammiro il Bossi (2) (spadon gino)

Mi convince la sua politica sportiva gustosamente messa in atto sotto la specie dell’istruttivo paradosso. Se tifa contro l’Italia non è, come qualcuno va cianciando, per disamore o disprezzo verso il nostro paese, ma perché egli vuole scuotere gli ignavi, pungolare i neghittosi, spronare gli infingardi che allignano nella squadra condotta da Lippi, il mollaccione. Ancora una volta egli fa tesoro di un altro principio baudelairiano (Baudelaire, per chi non l’avesse capito, è il suo Virgilio) secondo il quale “en politique, le vrai saint est celui qui fouette et tue le peuple pour le bien du peuple”. Il che, tradotto alla buona, suona all’incirca così: in politica il vero “santo”, che ridà a un popolo angariato la dignità perduta, è colui che non esita a bastonarlo pur di indurlo a reagire contro i soprusi. (Si legga, a questo proposito, il poemetto "Assommons les pauvres" di cui Bossi ha fatto il proprio breviario).

 
23/06/2010 - Perché ammiro il Bossi (1) (spadon gino)

"Non c’è punto della politica di Umberto Bossi che non mi trovi totalmente ed entusiasticamente d’accordo. Mi convince innanzitutto, il suo richiamarsi, da persona colta qual è, al principio baudelairiano secondo il quale il primo articolo di qualsiasi Costituzione dovrebbe statuire “le droit de se contredire”, cioè il diritto di ogni cittadino di contraddirsi. E’ in nome di questo sacrosanto diritto che egli può legittimamente pulirsi il culo con l’italico vessillo in Val Brembana e, nello stesso tempo, giurare su quell'istesso vessillo che gli assicura ghiotte prebende a Roma non più ladrona. Mi convince la sua politica della famiglia intesa nella sua accezione più vasta. Si veda dalle parti della Commissione europea, della Camera dei Deputati, della Commissione attività produttive della Camera, del Sistema fieristico Lombardo, del Ministero dell’Economia, delle Regione Piemonte, delle Province di Brescia e Vercelli, delle Tramvie bergamasche, dei comuni di Varallo Sesia, Azzano Decimo, Borgosesia e si vedrà con quale sollecitudine il nostro celtico duce ha provveduto e provvede all’avvenire di figli, parenti e sodali.