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FINE VITA/ Così la lobby dell'eutanasia vince in Germania e tenta di condizionare l'Italia

La Corte suprema tedesca ha depenalizzato recentemente un caso di eutanasia, creando un precedente giuridico di forte impatto sociale. Come influirà il caso tedesco sulla ripresa del dibattito nostrano sul testamento biologico? Le riflessioni di PAOLA BINETTI

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Alla Camera oggi riprenderà in XII Commissione il dibattito sul disegno di legge da tutti conosciuto con il nome di testamento biologico. Dopo oltre un anno di discussioni a cui tutti i membri della commissione, nessuno escluso, hanno partecipato con grande passione e con una forte tensione etica, oggi dovrebbero arrivare i pareri delle altre commissioni, essenziali per portare in aula uno dei disegni di legge più discussi nelle ultime tre legislature. Ma la sentenza appena emessa in Germania non sarà indifferente in quest’ultimo passaggio del nostro ddl.


La Germania solo un anno fa aveva licenziato il suo testo di legge sul testamento biologico fissando due punti chiave: il diritto del malato a rifiutare qualsiasi tipo di cura, anche se salvavita, e il carattere assolutamente vincolante delle volontà del malato. Sembrava un testo di legge equilibrato, anche perché la Germania è sempre molto prudente su questi temi, data la triste memoria del famoso Aktion 4, in cui la dolce morte venne applicata sistematicamente su larga scala. Ma la sentenza di pochissimi giorni fa modifica profondamente la chiave di lettura di quella legge, esce dall’ambiguità e si schiera a favore della depenalizzazione dell’eutanasia.



Assimilando nutrizione e idratazione ad un qualunque trattamento medico, ne consente la sospensione e quindi rende possibile con un rapporto di causalità diretta che il paziente muoia. Perché non c’è dubbio che alcuno che senza nutrizione e idratazione il paziente muore, con una morte più o meno drammatica a seconda dei farmaci che ne attenuano le sofferenze e la rendono più pietosa, più simile al senso stesso delle parole: la dolce morte.


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