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IL CASO/ Il tribunale di Venezia strizza l’occhio a Zapatero, ma la Consulta dice no…

Stefano Rodotà ha definito il riconoscimento dei matrimoni gay un "dovere" del Parlamento. Ma la Corte costituzionale non è di questo avviso. Il commento di PAOLA BINETTI

Camera_R375.jpg (Foto)

L’articolo di Stefano Rodotà apparso nei giorni scorsi su Repubblica aveva un titolo coerente con le posizioni da tempo espresse dall’autore in tema di diritti individuali: il riconoscimento del matrimonio gay come dovere del Parlamento. La provocazione sta tutta nel termine: dovere, che entra in evidente rotta di collisione con quanto afferma poco più avanti facendo riferimento al dialogo come metodo democratico “in un paese che onora la civiltà della discussione”.

Ma c’è provocazione anche quando parla di “prepotenza ideologica di chi vuole imporre i propri valori definendoli non negoziabili”, mentre afferma contundentemente che “in Italia esistono due categorie di unioni destinate a regolare i rapporti di vita tra le persone. Due categorie che hanno analoga rilevanza giuridica e dunque medesima dignità…”.

Il tono, il contenuto e l’approccio al tema fanno pensare che per Rodotà le unioni omosessuali siano un valore non negoziabile, evidentemente caratterizzato da una prepotenza ideologica tutt’altro che indifferente. Il fatto che le unioni omosessuali e quelle basate sul matrimonio abbiano analoga rilevanza giuridica è poi cosa tutta da dimostrare, sostanzialmente negata dalla recente sentenza della Corte costituzionale.

Infatti lo stesso tema può essere affrontato in chiave diametralmente opposta: il diritto del Parlamento a ribadire il valore del matrimonio nel dettato costituzionale, alla luce dell’interpretazione autentica che ne dà il codice civile con gli articoli che si leggono durante la celebrazione del matrimonio, civile e religioso. A Rodotà, che sostiene che il Parlamento italiano è inadempiente e vada richiamato ai suoi doveri, si può obiettare che lungi dall’essere inadempiente il Parlamento italiano stia esercitando il suo diritto a custodire una tradizione sociale e culturale consolidata sia dalla nostra Costituzione che dagli articoli del codice civile, che definiscono la struttura giuridica del matrimonio sia religioso che civile.




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