Politica
giovedì 22 luglio 2010
La politica vive giorni impopolari. La procura di Caltanissetta, che ha riaperto i fascicoli sulle stragi di mafia dei primi anni ’90, minaccia la rivelazione imminente di verità sconvolgenti, chiedendosi se «la politica» sarebbe capace di portarne il peso. Nel dubbio, meglio aspettare. Un grande giornale di sinistra attacca una delle realtà politiche più virtuose del paese, ma sulla base di ragioni di appartenenza ideale che esulano dalla politica.
Più raffinata è stata l’analisi di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, alla quale è seguito un dibattito. L’Italia è in declino perché è un «paese senza politica». Prende le mosse invece Pietro Barcellona da un recente articolo di Barbara Spinelli sul nostro declino industriale. «Non mi convincono diverse cose. Ma qui non si tratta soltanto di fare una critica tradizionale al capitalismo o alla politica», dice. Occorre spingersi più addentro la grande crisi che stiamo vivendo. Che sarà anche politica, ma la politica, dice Barcellona, viene dopo. Prima vengono le persone. E il lavoro. «Chi lavora ha smarrito il senso del lavoro - dice Barcellona -. Ma questo è l’esito della caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita». Ecco perché a farci superare la crisi non potranno essere gli intellettuali, con le loro analisi, ma «piccoli gruppi». Gruppi creativi, fatti di persone che «mettono in gioco una trascendenza umana storica».
Professore, il futuro del paese appare pieno di incertezza. Per Galli della Loggia manca la politica. Per Barbara Spinelli manca un pensiero, anche economico, capace di alternative, di non rassegnarsi cioè al «dogma» del presente.
Ci sono fenomeni di declino e di degrado evidenti. Penso che tuttavia la prima ragione di incertezza sia nella crisi che sta attraversando lo stesso Occidente, e che noi viviamo in modo drammatico per una serie di ragioni, anche storiche, che riguardano il cuore del nostro modello di vita. Non si tratta più soltanto di mettere in questione il capitalismo economico e finanziario, ma di chiedersi se anche il nostro modello produttivo non sia al tramonto.
Non si direbbe: proprio l’Italia, grazie al suo tessuto di piccole e medie imprese, sembra aver superato la crisi meglio di tanti altri paesi che davano lezioni di sviluppo.
Ma le piccole e le medie imprese che cosa sono, se non le persone che le fanno? Non si tratta più di fare l’elogio delle maestranze e dell’inventiva degli imprenditori italiani giustamente noti in tutto il mondo. Prima c’era un paese forte di un’identità definita, che nel lavoro esprimeva una forma non solo di ricerca dei mezzi per vivere, ma anche di cura di sé e di attenzione alla società. C’era nel lavoro degli italiani, insomma, qualcosa di più della semplice ricerca della retribuzione. Oggi questo quid va scomparendo.
Lei sembra fare un discorso ampio, che comprende la storia del nostro paese dal dopoguerra fino ad oggi.
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Mi piace l'attuale modo di ragionare del prof. Pietro Barcellona, mio vecchio compagno di studi universitari a cui rivolgo un cordiale saluto. Ho sempre pensato che la sua intelligenza lo avrebbe condotto a queste conclusioni, che vanno al di là dell'antica adesione alla marxiana filosofia della praxis ed a qualsiasi forma di materialismo economicista. In particolare, mi piace il riferimento al ruolo che possono avere "le persone in carne e ossa", e soprattutto la valorizzazione dei soggetti umani con le loro qualità intellettuali, morali e religiose non disponibili per operazioni squallide, ma solo per costruire buone relazioni sociali. L'importante è ormai non perdere la faccia con noi stessi, cioè mantenere la forza del rifiuto nell'attuale universale mercificazione. Il marxismo dei francofortesi aveva insegnato, per la verità, un'altra lettura di Marx-giovane ed un linguaggio della liberazione dai condizionamenti borghesi o proletari che fossero, e aveva orientato verso una necessaria Trascendenza e la formazione religiosa non toccata né sopraffatta dalla reificazione. Ciò, naturalmente, con il mantenimento di tutti i poteri critici e oppositivi per superare i limiti e le volgarità di questo mondo. La religione non è comunque un semplice strumento di alienazione, se intesa non in senso rivendicativo, ideologico o superstizioso, ma un bisogno autentico della soggettività e segno della capacità e possibilità di superare il limite della volgarità e della materialità immediata ed egoistica.
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