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SCENARIO/ Barcellona: il vero declino dell’Italia? Uomini senza "patria"

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

Il grande capitalismo, le industrie italiane e di stato che erano nelle classifiche italiane e internazionali, si sono ridimensionate o sono addirittura scomparse. Il nostro tessuto di medie e piccole imprese certamente è una delle ragioni per cui questo paese ancora non è morto. Esso alimenta occupazione e legami sociali, ma tutto questo è una realtà a macchia di leopardo, gli stessi distretti sono in difficoltà e il loro andamento non rende completamente la situazione di diffusa difficoltà che si registra nel paese.

 

Dove sta il punto?

 

Nella soggettività di chi lavora. Come vede non ne faccio un problema di disoccupazione, anche se la delocalizzazione produttiva presenta risvolti drammatici. Il vero problema è lo «scollamento» totale di chi lavora rispetto al proprio lavoro. Un lavoratore non può non sapere cosa produce, per chi produce e «perché» produce. Oggi secondo me in pochi saprebbero rispondere e le conseguenze di questo fatto rischiano di essere terribili.

 

Sta dicendo, in altre parole, che mentre crediamo di essere usciti dalla crisi, una crisi ben più grave potrebbe essere alle porte. È così?

 

Il grande problema di oggi è la caduta di un qualsiasi tipo di adesione alla vita. La situazione che stiamo vivendo mi ricorda quello che scrive Peter Brown nel suo studio dedicato al crollo dell’impero romano, che non si è sfaldato innanzitutto per una crisi politica o territoriale ma di motivazioni. Il cittadino romano della decadenza non credeva più all’impero, non sapeva più per quale motivo partecipare alla vita collettiva. Per molti versi è una situazione che ricorda quella attuale. Siamo vittime - e prigionieri - di una forma allucinata di godimento che rompe ogni legame, non fa più vedere l’insieme, rende invisibile la totalità dei rapporti e rescinde, giorno per giorno, il legame con la vita.

 

Quali sono le conseguenze di questo declino?

 

Si è progressivamente privatizzato, in modo meschino e mediocre, il nostro immaginario. Non si proietta più verso il futuro, con una meta non solo per sé ma anche per gli altri e per le nuove generazioni. Siamo alla mercé di un presente senza prospettive. Ecco perché, se anche riuscissimo ad elaborare le strategie più raffinate, potremmo fare ben poco. La rivoluzione industriale ha cambiato i costumi della società, ma è stata una rivoluzione caratterizzata da alcune coordinate circoscritte: il territorio, la famiglia, la parrocchia, il quartiere. Ora la nostra malattia spirituale ci ha reso privi di un collante identitario. Ha «frammentato» la mente delle persone che vivono e lavorano. Parliamo di una crisi verso la quale ben poco possono fare i Berlusconi, le Marcegaglia e i Montezemolo.

 

Torniamo alle cause della «malattia spirituale». Dal suo discorso par di capire che l’Italia del boom economico era diversa.

 

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COMMENTI
22/07/2010 - La forza religiosa della soggettività umana (Salvatore Ragonesi)

Mi piace l'attuale modo di ragionare del prof. Pietro Barcellona, mio vecchio compagno di studi universitari a cui rivolgo un cordiale saluto. Ho sempre pensato che la sua intelligenza lo avrebbe condotto a queste conclusioni, che vanno al di là dell'antica adesione alla marxiana filosofia della praxis ed a qualsiasi forma di materialismo economicista. In particolare, mi piace il riferimento al ruolo che possono avere "le persone in carne e ossa", e soprattutto la valorizzazione dei soggetti umani con le loro qualità intellettuali, morali e religiose non disponibili per operazioni squallide, ma solo per costruire buone relazioni sociali. L'importante è ormai non perdere la faccia con noi stessi, cioè mantenere la forza del rifiuto nell'attuale universale mercificazione. Il marxismo dei francofortesi aveva insegnato, per la verità, un'altra lettura di Marx-giovane ed un linguaggio della liberazione dai condizionamenti borghesi o proletari che fossero, e aveva orientato verso una necessaria Trascendenza e la formazione religiosa non toccata né sopraffatta dalla reificazione. Ciò, naturalmente, con il mantenimento di tutti i poteri critici e oppositivi per superare i limiti e le volgarità di questo mondo. La religione non è comunque un semplice strumento di alienazione, se intesa non in senso rivendicativo, ideologico o superstizioso, ma un bisogno autentico della soggettività e segno della capacità e possibilità di superare il limite della volgarità e della materialità immediata ed egoistica.