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SCENARIO/ Barcellona: il vero declino dell’Italia? Uomini senza "patria"

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

Credo che occorra ripartire dai piccoli gruppi. Ogni analisi che prescinde da un riferimento al ruolo che possono avere le persone in carne e ossa, è destinata ad essere nulla più che un gioco di parole. Solo piccoli gruppi possono agire, allargando la loro attività di comunicazione e con essa il loro essere. Non importa da chi sono composti: uno può fare l’ingegnere elettronico, un altro il filosofo del linguaggio, un altro l’idraulico. Importa ritrovare il senso della comunità e superare il modello individualistico meschino che ci distrugge.

 

In che cosa «ritrovare il senso della comunità» è essenziale per ridare uno spessore al soggetto, e come può il suo discorso non essere equivocato in senso ideologico?

 

In effetti preferisco parlare di gruppi, perché «comunità» può essere un termine obsoleto. Il problema è cominciare a rendersi conto che se un individuo resta isolato, pensa meno ed è meno creativo. Nei gruppi l’individualità non si mortifica ma si esalta, perché la persona trova il suo pieno valore non nell’isolamento ma nell’essere in relazione. Dal punto di vista teorico lo sentiamo ogni giorno, basti pensare alla retorica dell’«altro» che continuamente ci sommerge. Ma nella pratica tutto questo manca, perché gli individui appaiono incapaci di aprirsi davvero ad una esperienza di differenza.

 

Nel suo articolo, Barbara Spinelli invece afferma che senza alternative non c’è futuro. «C’è arretratezza - scrive - anche nel mondo degli imprenditori, dove a dominare sono spesso forze timorose del futuro, e delle conversioni montali e produttive che il futuro comporta».

 

In questo ha ragione, perché se pensiamo che la storia è finita non ha più senso far nulla. Ma il progresso economico, scientifico e tecnologico non solo non ha risposto al bisogno di futuro degli uomini, li ha anche ingannati. Non si può impunemente scambiare il progresso con Dio. Il bisogno di Dio può non essere vissuto in termini cattolici, ma non può essere ignorato il bisogno umano di una trascendenza rispetto al presente. C’è, come non mai, la necessità di ritrasformare l’istante, quello della nostra «triste allegria» ottusa ed istantanea, in durata, sia a livello personale che comunitario. Per questo insisto sul gruppo: ogni gruppo mette in gioco una trascendenza umana storica.

 

Cosa rimprovera all’eterno dibattito sulla «crisi morale» del paese?

 

Il non andare alla radice. La crisi che io avverto non è quella della politica o della costruzione di alternative, ma l’estinzione della passione di vivere. Non si riesce a capire che una società vive non perché dibatte di politica o si inventa futuri possibili, ma perché possiede uno «statuto antropologico», vive cioè di una rappresentazione di cos’è l’uomo. Questa rappresentazione, la nostra società, l’ha persa.

 

(Federico Ferraù)

 

 

 



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COMMENTI
22/07/2010 - La forza religiosa della soggettività umana (Salvatore Ragonesi)

Mi piace l'attuale modo di ragionare del prof. Pietro Barcellona, mio vecchio compagno di studi universitari a cui rivolgo un cordiale saluto. Ho sempre pensato che la sua intelligenza lo avrebbe condotto a queste conclusioni, che vanno al di là dell'antica adesione alla marxiana filosofia della praxis ed a qualsiasi forma di materialismo economicista. In particolare, mi piace il riferimento al ruolo che possono avere "le persone in carne e ossa", e soprattutto la valorizzazione dei soggetti umani con le loro qualità intellettuali, morali e religiose non disponibili per operazioni squallide, ma solo per costruire buone relazioni sociali. L'importante è ormai non perdere la faccia con noi stessi, cioè mantenere la forza del rifiuto nell'attuale universale mercificazione. Il marxismo dei francofortesi aveva insegnato, per la verità, un'altra lettura di Marx-giovane ed un linguaggio della liberazione dai condizionamenti borghesi o proletari che fossero, e aveva orientato verso una necessaria Trascendenza e la formazione religiosa non toccata né sopraffatta dalla reificazione. Ciò, naturalmente, con il mantenimento di tutti i poteri critici e oppositivi per superare i limiti e le volgarità di questo mondo. La religione non è comunque un semplice strumento di alienazione, se intesa non in senso rivendicativo, ideologico o superstizioso, ma un bisogno autentico della soggettività e segno della capacità e possibilità di superare il limite della volgarità e della materialità immediata ed egoistica.