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SCENARIO/ Ecco perché il divorzio da Fini conviene al Pdl

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In teoria sì, nella pratica Fini non ha le forze per farlo. Basta registrare la freddezza di Casini per arrivare a questa conclusione. L’invito esplicito a procedere è arrivato solo da Rutelli ed è un po’ pochino. Casini non può che essere infastidito dal protagonismo di Fini, gli sta rubando la scena anche se in realtà è lui ad avere i numeri per fare il terzo polo.

Potrebbero ritrovarsi entrambi nell’ipotetico “Partito della Nazione”?

Difficile, chi farebbe il leader a quel punto? Ridursi a vice di Casini per non aver voluto fare il vice Berlusconi sarebbe per Fini un vero e proprio suicidio politico.

I giornali in questi giorni hanno parlato di una questione patrimoniale alla base della “fusione fallita” tra An e Forza Italia. Entra in gioco anche questo fattore?

È una vicenda che Fini si trascina dietro da anni come una palla al piede: quando venne liquidato il patrimonio dell’Msi propose di creare una “Fondazione Fini” a cui intestarlo. Ovviamente insorsero in molti, compresa Donna Assunta Almirante. L’ipotesi di una fondazione a suo nome svanì, ma l’operazione venne portata a termine sotto la copertura di un comitato di garanti, gestito da un finiano di ferro come Lamorte.

Poi venne il predellino e An entrò nel Pdl…

Esatto, ma a Fini venne comunque assicurato questo “tesoretto”. Una decisione che aveva senso ai tempi di  Fini leader di An. Oggi invece è a capo di una minoranza che nella migliore delle ipotesi è un terzo della vecchia Alleanza Nazionale. Siamo proprio sicuri che a questo punto il Presidente della Camera possa disporre di questo patrimonio a suo uso e consumo? A mio parere sarebbe un doppio tradimento, della storia dell’Msi e di tutti quelli che hanno contribuito a creare Alleanza Nazionale.

Ci saranno delle sorprese secondo lei quando, con la nascita di un nuovo soggetto, gli ex An dovranno schierarsi senza ambiguità “con Fini o contro Fini”?


 

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COMMENTI
07/07/2010 - LIBERTA' PER LA LIBERTA' (celestino ferraro)

MILANO - «Un grande paese democratico ha bisogno di un'informazione forte libera e autorevole e in un grande Paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente».. Lo ha detto Gianfranco Fini, intervenendo alla presentazione della relazione annuale dell'Agcom. «Abbiamo ancora bisogno - ha aggiunto il presidente della Camera - di introdurre nell'ordinamento ulteriori norme che tutelino l'accesso ai mezzi di informazione». Sbalorditivo, grandioso, eccezzziunale ... veramente (direbbe Diego Abatantuono), non mi ero mai accorto di quanto fosse appassionata e appassionante la cultura democratica di Fini per la libertà di stampa. Il bello (ma si fa per dire) è che ce ne accorgiamo tutti dopo un “Cursus honorum” trentennale: e per trent’anni si è sorbettato gli insulti dei comunisti che lo hanno sempre etichettato fascista all’acqua di Fiuggi. Immaginarsi, a questo punto, che è cofondatore di un Partito che ha in approvazione alla Camera un D.D.L. che disciplinerà i limiti della libertà di stampa. Ma paradossale è anche la definizione di libertà oltre la libertà che un grande Paese deve coltivare per godere di una vera libertà di stampa: che ha voluto intendere? Forse che la libertà, sic et simpliciter, non è libertà? Deve essere corredata di altri orpelli (optional extra) e aggettivi la libertà per essere una libertà degna di tal nome? “La libertà di stampa, per un Paese democratico, non è mai sufficiente”! .. ribadisce Fini con aria sussiegosa: quindi? Un Paese l