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SCENARIO/ Ecco perché il divorzio da Fini conviene al Pdl

Pubblicazione:mercoledì 7 luglio 2010

Berlusconi_FiniR375_100809.jpg (Foto)



Secondo me sì, in entrambi i sensi. In molti non lo seguiranno, basta leggere le dichiarazioni dei finiani più spaventati di finire nella “terra di nessuno”. Sono quelli che oggi dicono che è ancora possibile trovare un accordo. In realtà  mandano un chiaro messaggio a Fini: “non ti seguiremo nel deserto”. Bisogna ammetterlo, la partita di Fini, giusta o sbagliata che sia, è evidentemente di tipo personale.

All’opposto, potrebbero esserci anche adesioni inaspettate?


Qualche azzurro deluso pronto al grande salto ci potrebbe anche essere, altri invece potrebbero decidere di andare con Fini per ragioni anagrafiche. Più di uno inizia a chiedersi: “fra qualche anno Berlusconi cosa farà? Avrà un ruolo super partes o partirà per le Bahamas?”.

L’ipotesi di una riconciliazione è invece definitivamente da scartare? Lo scontro Fini-Bondi di qualche giorno fa sembrava un diverbio tra membri di partiti diversi…


Le diversità di vedute è nota da tempo, la novità più inquietante sta però nei comportamenti più che negli scontri verbali. Parlo dei conflitti veri, del boicottaggio delle procedure parlamentari.

Dietro il motto berlusconiano del momento, “ghe pensi mi”, si ripropone ancora una volta la volontà di Berlusconi di risolvere in prima persona i problemi che gli altri esponenti della maggioranza non sembrano in grado di gestire. Anche questo è un campanello d’allarme?


Queste dinamiche sono caratteristiche del Pdl. In questa frase, per una volta, non vedo però una dimostrazione di egocentrismo, ma la volontà di rassicurare quella componente che non chiede più collegialità, ma addirittura più decisionismo. 

Il caso Brancher però lo è stato?

In questo caso parlerei di autentico autogol di Berlusconi, lasciato solo dalla ritirata leghista. Salverei però la prontezza di riflessi con cui il premier ha rimediato all’errore.

(Carlo Melato)



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COMMENTI
07/07/2010 - LIBERTA' PER LA LIBERTA' (celestino ferraro)

MILANO - «Un grande paese democratico ha bisogno di un'informazione forte libera e autorevole e in un grande Paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente».. Lo ha detto Gianfranco Fini, intervenendo alla presentazione della relazione annuale dell'Agcom. «Abbiamo ancora bisogno - ha aggiunto il presidente della Camera - di introdurre nell'ordinamento ulteriori norme che tutelino l'accesso ai mezzi di informazione». Sbalorditivo, grandioso, eccezzziunale ... veramente (direbbe Diego Abatantuono), non mi ero mai accorto di quanto fosse appassionata e appassionante la cultura democratica di Fini per la libertà di stampa. Il bello (ma si fa per dire) è che ce ne accorgiamo tutti dopo un “Cursus honorum” trentennale: e per trent’anni si è sorbettato gli insulti dei comunisti che lo hanno sempre etichettato fascista all’acqua di Fiuggi. Immaginarsi, a questo punto, che è cofondatore di un Partito che ha in approvazione alla Camera un D.D.L. che disciplinerà i limiti della libertà di stampa. Ma paradossale è anche la definizione di libertà oltre la libertà che un grande Paese deve coltivare per godere di una vera libertà di stampa: che ha voluto intendere? Forse che la libertà, sic et simpliciter, non è libertà? Deve essere corredata di altri orpelli (optional extra) e aggettivi la libertà per essere una libertà degna di tal nome? “La libertà di stampa, per un Paese democratico, non è mai sufficiente”! .. ribadisce Fini con aria sussiegosa: quindi? Un Paese l