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SCENARIO/ Bertinotti, Casini, Fini: i "traditori" del bipolarismo mancato

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A seguire con troppa attenzione le cronache e i retroscena si rischia di andare a vento. Non è colpa dei cronisti e dei retroscenisti, per carità: è la politica italiana, intesa come politique politicienne, politica politicante, ad andare a vento, così a vento da rendere ozioso ogni tentativo di trarre dal suo andamento di oggi qualche congettura sensata su cosa potrebbe accadere domani.

Si vota o non si vota? E, se si vota, quando si vota? E, se non si vota, su quali basi potrebbe fondarsi la pace, o almeno l’armistizio, tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini? Con ogni probabilità non lo sanno (e, prima ancora, non sanno esattamente che cosa augurarsi) neanche i diretti interessati. Figurarsi se lo può sapere un commentatore politico, poco importa se esperto o, comunque, stagionato. Che invece sa, o crede almeno di intuire, qualcosa di più grave e di più profondo, di cui però, guarda caso, non parla quasi nessuno.

Per cominciare. La crisi è tutta interna al centrodestra, il centrosinistra, sia che straparli di Cln antiberlusconiani sia che invochi (Veltroni) ritorni al Pd “a vocazione maggioritaria” sia che vagheggi (Bersani) Nuovi Ulivi e più vaste Alleanze Democratiche, non c’entra nulla e conta, se non proprio nulla, pochissimo.

L’Italia è l’unico paese d’Europa in cui un ricambio, un’alternanza, un’alternativa suffragata dal voto popolare non rientrano nel novero delle possibilità concrete. Proprio come nella Prima Repubblica, anche se non c’è più da un pezzo un fattore K a decretarne in partenza l’impossibilità. Attenzione: le analogie con un passato ormai non troppo recente non finiscono qui. Esattamente come nella Prima Repubblica, e proprio per via dell’assenza di alternative, le crisi politiche, quando si fanno serie, rischiano pericolosamente di trasformarsi in torbide e prolungate crisi di regime, come avvenne per il centrismo prima, per il centro-sinistra (quello vero) poi.
 

 


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