BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SCENARIO/ Bertinotti, Casini, Fini: i "traditori" del bipolarismo mancato

FiniCasini_R375(1).jpg (Foto)



È in primo luogo su questa inquietante analogia che secondo me si misura il fallimento del bipolarismo, o almeno del bipolarismo all’italiana così come lo abbiamo conosciuto dal ’94 in qua. Davvero vogliamo ascriverne le colpe ai “traditori” che hanno colpito e colpiscono alle spalle l’uno e l’altro schieramento, l’altroieri (1998) Fausto Bertinotti per il primo centrosinistra prodiano, nell’ordine Umberto Bossi e Lamberto Dini (1994), poi Pierferdinando Casini (almeno dal 2008 in giù) e adesso Fini? Davvero pensiamo che a impedire al bipolarismo italiano di dispiegare tutte le sue benefiche potenzialità siano le mai sopite tentazioni neocentriste?

Davvero crediamo che l’arma segreta per restituire al bipolarismo medesimo l’anima da tempo perduta e mai rinvenuta sia il ripristino su larga scala, ben oltre quindi, i confini del Mattarellum, dell’uninominale maggioritario? Se il concetto di serietà non fosse ormai desueto, verrebbe solo da rispondere: siamo seri.

Il pericolo ancora più grave, però, e qui finiscono le analogie con la Prima Repubblica, è che con una (potenziale) crisi di regime si intrecci una (profonda) crisi dell’unità nazionale, la cui latenza (e a dire il vero, anche qualcosa di più) era stata segnalata già vent’anni fa dai primi, eclatanti, successi della Lega. Già oggi non è chiaro, diciamo così, alla grande maggioranza dei cittadini del Nord, compresi molti elettori del centrosinistra, perché devono farsi così largamente carico, in primo luogo con le loro tasse, del Mezzogiorno.

Già oggi cresce vistosamente sotto i nostri occhi un sentimento (o un risentimento) che la Lega interpreta molto più e molto meglio degli altri, sì, ma che potrebbe creare dei problemi persino a Bossi se, per tanti motivi, il federalismo fiscale restasse al palo, o si illanguidisse un po’ troppo la rivendicazione fondamentale che lo sorregge, e cioè, in poche e magari troppo rozze parole, che i soldi del Nord debbono restare al Nord. Domani (non dopodomani) questa spinta potrebbe benissimo tradursi in qualcosa di simile a un secessionismo di fatto, rinvigorendo di conseguenza, in un Mezzogiorno sulla cui scena non si affaccia da tempo immemorabile nulla che assomigli a una classe dirigente, la tentazione di qualcosa di simile a un partito del Sud.
 

 


CLICCA IL PULSANTE QUI SOTTO PER CONTINUARE LA LETTURA DELL'ARTICOLO