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SCENARIO/ Bertinotti, Casini, Fini: i "traditori" del bipolarismo mancato

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Conclusione provvisoria. Veltroni al Lingotto e Berlusconi su un predellino in piazza San Babila (correva l’anno 2008) ci avevano promesso un futuro non solo bipolare, ma tendenzialmente bipartitico, eccezion fatta da un lato per la Lega, dall’altro (chissà perché) per Di Pietro. Due anni e mezzo dopo, di certo c’è che non solo l’ambizione bipartitica è rimasta nel cassetto ma l’Italia è l’unico paese d’Europa dove non esistono grandi partiti nazionali,  capaci di esprimere un punto di vista e una visione d’insieme che abbiano un senso, oltre che per i propri sostenitori, per il paese, e gli indichino, o almeno cerchino di indicargli, una prospettiva.

Questo furono a lungo, o così furono vissuti da una larghissima maggioranza degli italiani, tutti o quasi i partiti della Prima Repubblica, non solo i grandi partiti di massa. Quando smisero di esserlo, o di essere vissuti così, crollarono, e con loro crollò il sistema. Tra il loro avvento e il loro crollo però, lo dico per inciso, trascorsero non due anni e mezzo, ma quasi cinquanta, che con tutti i loro guai difficilmente saranno ricordati tra i peggiori della storia patria.

Di riflessioni del tipo di queste che ho affastellato un po’ alla rinfusa c’è qualche traccia negli editoriali dei giornali (cito per tutti quello, recente, di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere), pressoché nessuna nel confronto, chiamiamolo così, politico. Per i moralisti in servizio permanente effettivo la cosa è scontata. Per me, e credo  non solo per me, proprio no. Per questo penso, e senza moraleggiare, che sia davvero il caso di preoccuparsi.

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