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Politica

SCENARIO/ 2. Il patto Napolitano-Berlusconi mette Bossi (e le urne) all'angolo

L’unicità della crisi attuale consiste nel fatto che tutti hanno ragione. L’ipotesi di UGO FINETTI per risolvere il conflitto delle “tre costituzioni” passa da un accordo tra Napolitano e Berlusconi

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

Il carattere straordinario della crisi attuale consiste nel fatto che tutti hanno ragione. Ha perfettamente ragione Berlusconi a chiedere nuove elezioni se viene sfiduciato in quanto il suo mandato era esplicito nella richiesta di voto di Pdl e Lega, hanno perfettamente ragione le opposizioni a ricordare che il mandato parlamentare è libero e che prima di uno scioglimento bisogna verificare se si possa dar vita a una qualche maggioranza, ha perfettamente ragione il Quirinale a rivendicare che la designazione del premier è una sua libera scelta e che, comunque, in caso di ricorso alle urne, egli può dar vita a un governo elettorale “ad hoc”, “di garanzia”, presieduto da una personalità (anche extraparlamentare) da lui incaricata.

In sostanza siamo di fronte a un ingorgo istituzionale in cui viviamo nella duplice ipocrisia che consiste nel fatto che enfatizziamo da un lato l’essere in una “Seconda Repubblica” e dall’altro l’intangibilità della Costituzione della “Prima Repubblica”. Ormai convivono, si sovrappongono e si contraddicono ben tre interpretazioni e prassi costituzionali. Siamo cioè in balìa di tre Costituzioni: “formale”, “materiale” e “di fatto”.

O si torna indietro o si va avanti. E cioè: o si ritorna al proporzionale puro o si imbocca la strada del presidenzialismo con i conseguenti adeguamenti costituzionali. Certamente non si può rimanere - per usare il titolo di un libro di Napolitano - “in mezzo al guado”.

Il passaggio dal proporzionale al maggioritario ha infatti non solo stravolto e vanificato gli istituti di garanzia che da poteri “neutrali” sono diventati “contro-poteri” (come infatti li ha definiti Giovanni Sartori evidenziando come anche un fine costituzionalista liberale per essere chiaro deve far proprio il linguaggio di un leader estremista - rosaluxemburghiano - come Lelio Basso, che così li aveva teorizzati negli anni ’50). Lo stesso Capo dello Stato che nell’Assemblea Costituente era tratteggiato come un “fannullone” oggi si trova a reggere un ruolo di invadente “coabitazione” a fianco del Capo del governo instaurando un presidenzialismo di fatto.

È così che l’insistenza di Giorgio Napolitano nel pretendere un cambiamento della legge elettorale prima di un nuovo ricorso alle urne è certamente una intromissione, ma, al punto in cui si è arrivati, è anche un suggerimento dettato da buon senso.

Andare a nuove elezioni senza alcuna modifica dell’attuale quadro politico-istituzionale non è una via d’uscita. Che cosa cambierebbe? Ammesso che la coalizione di centro-destra prevalga saremmo daccapo se non peggio. Non solo un esecutivo ugualmente assediato dai “contro-poteri” alla affannosa ricerca di “scudi”, ma anche in caso di vittoria, Berlusconi otterrebbe una maggioranza più risicata e non meno travagliata. Il pronosticato successo di Umberto Bossi non rispecchia alcun aumento di consensi al centro-destra. È in corso non uno sfondamento a danno della sinistra, ma un travaso di voti dal Pdl alla Lega in quanto il partito di Berlusconi offre un’immagine fluida e caotica mentre l’alleato è accreditato dallo stesso “premier” come il suo punto di appoggio più saldo.

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