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SCENARIO/ 2. Il patto Napolitano-Berlusconi mette Bossi (e le urne) all'angolo

Pubblicazione:lunedì 13 settembre 2010

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Il carattere straordinario della crisi attuale consiste nel fatto che tutti hanno ragione. Ha perfettamente ragione Berlusconi a chiedere nuove elezioni se viene sfiduciato in quanto il suo mandato era esplicito nella richiesta di voto di Pdl e Lega, hanno perfettamente ragione le opposizioni a ricordare che il mandato parlamentare è libero e che prima di uno scioglimento bisogna verificare se si possa dar vita a una qualche maggioranza, ha perfettamente ragione il Quirinale a rivendicare che la designazione del premier è una sua libera scelta e che, comunque, in caso di ricorso alle urne, egli può dar vita a un governo elettorale “ad hoc”, “di garanzia”, presieduto da una personalità (anche extraparlamentare) da lui incaricata.

 

In sostanza siamo di fronte a un ingorgo istituzionale in cui viviamo nella duplice ipocrisia che consiste nel fatto che enfatizziamo da un lato l’essere in una “Seconda Repubblica” e dall’altro l’intangibilità della Costituzione della “Prima Repubblica”. Ormai convivono, si sovrappongono e si contraddicono ben tre interpretazioni e prassi costituzionali. Siamo cioè in balìa di tre Costituzioni: “formale”, “materiale” e “di fatto”.

 

O si torna indietro o si va avanti. E cioè: o si ritorna al proporzionale puro o si imbocca la strada del presidenzialismo con i conseguenti adeguamenti costituzionali. Certamente non si può rimanere - per usare il titolo di un libro di Napolitano - “in mezzo al guado”.

Il passaggio dal proporzionale al maggioritario ha infatti non solo stravolto e vanificato gli istituti di garanzia che da poteri “neutrali” sono diventati “contro-poteri” (come infatti li ha definiti Giovanni Sartori evidenziando come anche un fine costituzionalista liberale per essere chiaro deve far proprio il linguaggio di un leader estremista - rosaluxemburghiano - come Lelio Basso, che così li aveva teorizzati negli anni ’50). Lo stesso Capo dello Stato che nell’Assemblea Costituente era tratteggiato come un “fannullone” oggi si trova a reggere un ruolo di invadente “coabitazione” a fianco del Capo del governo instaurando un presidenzialismo di fatto.

 

È così che l’insistenza di Giorgio Napolitano nel pretendere un cambiamento della legge elettorale prima di un nuovo ricorso alle urne è certamente una intromissione, ma, al punto in cui si è arrivati, è anche un suggerimento dettato da buon senso.

Andare a nuove elezioni senza alcuna modifica dell’attuale quadro politico-istituzionale non è una via d’uscita. Che cosa cambierebbe? Ammesso che la coalizione di centro-destra prevalga saremmo daccapo se non peggio. Non solo un esecutivo ugualmente assediato dai “contro-poteri” alla affannosa ricerca di “scudi”, ma anche in caso di vittoria, Berlusconi otterrebbe una maggioranza più risicata e non meno travagliata. Il pronosticato successo di Umberto Bossi non rispecchia alcun aumento di consensi al centro-destra. È in corso non uno sfondamento a danno della sinistra, ma un travaso di voti dal Pdl alla Lega in quanto il partito di Berlusconi offre un’immagine fluida e caotica mentre l’alleato è accreditato dallo stesso “premier” come il suo punto di appoggio più saldo.

 

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