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SCENARIO/ 2. Il patto Napolitano-Berlusconi mette Bossi (e le urne) all'angolo

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

 



Andare alle elezioni con un partito in cui non è ancora chiaro chi ne faccia parte e comunque con il venir meno di una componente fondativa è il modo peggiore per affrontare una verifica nel segreto delle urne. Oggi il Pdl rischia di essere a sua volta percepito come un’"aziendina". Prima di chiedere lo scioglimento delle Camere Berlusconi deve ripristinare un retroterra affidabile e appetibile, creare un soggetto politico e non una offerta occasionale. È vero che le elezioni si decidono al Sud, ma un sorpasso leghista al Nord minerebbe la leadership berlusconiana sin dall’inizio della nuova legislatura.

 

Ma non è solo la “rifondazione” del Pdl a sconsigliare un precipitoso ricorso alle urne. L’ingorgo istituzionale  richiede una pausa di riflessione per ideare e concordare modifiche che ci facciano uscire dal caotico sovrapporsi e annullarsi delle tre Costituzioni - “formale”, “materiale” e “di fatto” - oggi in vigore.

 

Il nodo della giustizia, in particolare, sta diventando un’emergenza. Non si tratta di leggi “ad personam”. L’autonomia della magistratura ha come fondamento l’autodisciplina che il Consiglio Superiore della Magistratura non svolge più da molto tempo tanto che persino Luciano Violante ammette che bisogna trovare un nuovo organismo (ha proposto ad esempio un collegio formato dai presidenti emeriti della Corte Costituzionale) che riporti un minimo di tutela contro gli abusi più eclatanti. Il deragliamento giudiziario va infatti assumendo dimensioni sempre più rilevanti: finché si sancisce che in Rai possano essere cambiati solo i direttori e i conduttori di centro-destra mentre quelli di sinistra sono inamovibili siamo alle note di colore, ma quando si impone ad un’azienda che vive in un sistema concorrenziale un palinsesto a vita con orario fisso di un tipo di trasmissione e di conduttore si è fuori dalla realtà. Ma questo è niente di fronte alla sdrammatizzazione - se non depenalizzazione - degli attentati a Berlusconi e Bonanni. A ciò si aggiungono sentenze come quelle che nelle vertenze sindacali riabilitano e tutelano l’estremismo.

 

Siamo di fronte a un contagioso abbassamento della guardia di fronte al piano inclinato che si va ricreando tra estremismo parolaio, violenza fisica, prefigurazione terroristica.

Anche in questo campo si vive di retorica e di ipocrisia come quando si sostiene che le sentenze non si commentano. Si dimentica che le sentenze vengono pronunciate “in nome del popolo” e che le motivazioni sono previste non per consentire appelli e ricorsi da chi è soccombente, ma - anche nei gradi inappellabili - in quanto rendicontazione pubblica, agli occhi del popolo. I regimi in cui le sentenze si pronunciano “in nome del popolo” con il popolo che non può commentarle si chiamano regimi comunisti.

Una rivisitazione dell’equilibrio costituzionale è quindi necessaria se si vogliono rimuovere cause di fondo dello stato di crisi che fanno parlare da quasi vent’anni di “transizione infinita”.

 

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