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SCENARIO/ 2. La crisi Fini-Berlusconi? È la vendetta del porcellum

Quella a cui stiamo assistendo è una crisi che non è solo governativa, ma che coinvolge l’intero impianto partitico ed elettorale. Il difficile ruolo di Napolitano. L’analisi di VINCENZO TONDI DELLA MURA

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Questa volta è diverso. Ad essere entrati in crisi - nonostante i segnali di apertura e distensione - non sono solamente il partito più rappresentativo e la connessa maggioranza governativa; quest’ultima oramai non più tale, in ragione della formazione in entrambe le Camere di un autonomo gruppo parlamentare (“Futuro e libertà”), per sua stessa natura non pacificamente contiguo con il governo in carica. Più ancora, è il complessivo sistema politico ad essersi dimostrato inefficace, vale a dire incapace di assorbire e ricomporre le conflittualità proprie della politica e della pluralità degli interessi coinvolti.

 

Si tratta di una crisi che non è solo (prevedibilmente) governativa, ma che coinvolge l’intero impianto partitico ed elettorale. Una crisi tale da rifuggire da ogni semplice automatismo fra caduta del governo ed elezioni anticipate e, invece, tale da presupporre un esercizio incisivo e non già svilito del potere discrezionale riservato al Presidente della Repubblica. Una crisi, insomma, che viene da lontano e che non è nemmeno riconducibile (come invece potrebbe apparire) a questioni contingenti connesse ad opposte valutazioni politiche; derivando piuttosto, fra l’altro, dalla mancata considerazione di quello che è l’elemento fondativo di ogni agire politico, vale a dire il «fattore umano» anche del singolo rappresentante.

 

A ben vedere, le applicazioni nelle tornate elettorali del 2006 e del 2008 della legge elettorale in vigore (il cosiddetto “porcellum”), non sono riuscite ad assicurare la perseguita stabilità governativa, dissoltasi in entrambi i casi pure in ragione dell’irriducibilità del ruolo riservato al singolo parlamentare; ruolo dimostratosi non solamente esente dal vincolo di mandato imperativo (art. 67 Cost.), ma pure capace di resistere alle coazioni e sanzioni psicologiche derivanti dal sistema di nomina parlamentare sancito dalla medesima legge elettorale. E dunque tanto l’applicazione della legge elettorale nelle votazioni del 2006, orientata in senso multipartitico e proporzionale, quanto quella nelle votazioni del 2008, proiettata nell’opposta prospettiva bipartitica e maggioritaria, non hanno potuto garantire la perseguita tenuta della maggioranza governativa: nel primo caso, in ragione dell’estenuante conflittualità della coalizione di governo, conclusasi con la fuoriuscita del ministro Mastella; nel secondo caso, in ragione della pari conflittualità fra i due cofondatori del partito più rappresentativo, conclusasi con la pari fuoriuscita del Presidente Fini dall’originario gruppo parlamentare d’appartenenza.

 

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