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FEDERALISMO/ Di Vico: più tasse. Antonini: no, meno spesa

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Il ministro Roberto Calderoli (Imagoeconomica)  Il ministro Roberto Calderoli (Imagoeconomica)

Dario Di Vico, vicedirettore del Corriere della Sera e giornalista molto attento ai problemi politici, economici e sociali, ha scritto ieri un fondo dal titolo: “Federalismo con più tasse?”. Di Vico è convinto sulla necessità di una riforma federale, capisce benissimo ed è convinto che si tratti di una svolta di “responsabilità”. Di Vico ragiona solo sui dubbi legati al momento politico ed economico. Non a caso nel suo fondo il vicedirettore del Corriere parla di “tritacarne politico”. Quindi non si tratta di fare teorie sul federalismo in quanto tale, della sua capacità di razionalizzare e responsabilizzare in materia fiscale.
 
Dice Di Vico: “La più grande realizzazione in campo federalista risale se vogliamo al 1970, quando furono realizzate le Regioni. Ora non sarà certamente dovuto solo a quella realizzazione prevista dalla Costituzione, ma da quegli anni si dà una spinta alla crescita della spesa pubblica. Ora mi domando, ripetendo che il federalismo è una chiamata di responsabilità per gli amministratori locali, che cosa accadrà di fronte a due terzi dei comuni italiani che sono indebitati e devono ridurre gli investimenti per migliorare e sostenere le condizioni di vita delle loro comunità?
Qui c’è il fatto che di fronte ai trasferimenti dallo Stato alle Regioni, con due punti in meno di Irpef prelevati dal centro, che dovrebbero diventare di competenza regionale, si dovrebbe essere a posto.
Ma di fronte all’attuale situazione economica sarà veramente così? Il dubbio sorge di fronte alla possibilità di uno slittamento alla riforma fiscale che poi dovrebbe mettere a posto le cose. È questa non contestualità tra trasferimenti e riforma fiscale che semina dubbi”.
 
D’accordo sul momento economico difficile, Di Vico, ma non crede che il nuovo federalismo, compresi i problemi dei costi e del funzionamento, sia in fondo il tentativo di sanare il processo incompiuto di attuazione del federalismo della riforma del titolo V? Sto parlando della riforma Bassanini e poi quella del centrosinistra nel 2001.
 
Sì, su questo punto sono d’accordo. In quella riforma del 2001 si è pasticciato molto e ovviamente se ne risentono le conseguenze.
 
Ritornando al suo articolo sul Corriere che pone molti dubbi, è sicuro che non ci siano i costi standard e non si dimentichi che c’è un fondo perequativo che serve a passare dal vecchio al nuovo sistema? E quindi che a ogni comune saranno garantiti, a prescindere dai gettiti che riscuoterà con la nuova imposta, tutte le risorse necessarie per garantire lo standard di costo medio efficiente di un servizio?
 


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COMMENTI
27/01/2011 - le Regioni del 1970 non fanno testo.. (attilio sangiani)

Le Regioni istituite nel 1970 non fanno testo. Infatti erano ( e sono ) Enti Pubblici di nuova istituzione,che si aggiungono agli altri senza sostituirne nessuno. Il federalismo fiscale di cui si discute oggi non crea nuovi Enti. Semmai li razionalizza. Roby Ronza si è recentemente lamentato del fatto che il Federalismo in Italia non nasce "dal basso",ma,per ora,è diretto dal Centro dello Stato.A me è parsa una opinione sbagliata,perchè in uno Stato di Tipo Napoleonico ( meglio: tipo LUIGI XIV )il federalismo o nasce come in Italia o non se ne parla. Le Regioni,poi,nacquero in regime di "guerra fredda",per cui si temette ( penso a torto ) che dando a loro effettivi poteri sovrani,come sarebbe in un FEDERALISMO VERO ,se ne sarebbero avvalsi i socialcomunisti per creare pccoli Stati bolscevichi nelle Regioni da loro controllate. Così i costi delle Regioni si aggiunsero a quelli dello Stato,anzichè sostituirli. Non così nel progetto attuale. Il fulcro sono i "costi standard ",finalmente introdotti nella P.A..Personalmente ne ho esperienza in campo scolastico...