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SCENARIO/ 2. Violante: sbagliato usare il populismo giudiziario come mezzo di lotta politica

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No, se lei considera che la metà delle intercettazioni sono fatte a Palermo, Catania, Reggio Calabria, Napoli e infine Milano, cioè nelle aree a maggiore densità criminale. Se togliessimo questo mezzo all’autorità giudiziaria resteremmo sprovvisti di uno strumento fondamentale per combattere il grande crimine. Non è un caso che il progetto di legge non vada avanti: ci si è resi conto che una proposta come quella sarebbe un grande favore alla criminalità. Anche se certamente non è questa l’intenzione del governo.

A proposito del rapporto tra media e giustizia, ha fatto scalpore l’ultimo Annozero: «tutti sono la Procura di Milano». Cosa pensa di un’esortazione come questa?

Esiste una forma di populismo giudiziario che consiste nell’utilizzare nel dibattito pubblico le vicende giudiziarie come strumento di lotta politica. È un grave errore. Qui però è difficile stabilire  chi gli errori li ha fatti per primo, perché altre affermazioni che sono state fatte da autorevolissimi esponenti del centrodestra non sono meno condannabili di queste.

Domanda, se vuole, scontata, ma inevitabile. Perché questa situazione di conflitto esasperato?

Perché i poteri non sono più tre, ma due: il Parlamento ha perso sia la funzione di monopolista della legislazione, sia la sua grande funzione di sintesi e di risolutore dei conflitti. Oggi il 50 per cento delle regole vengono dall’Ue, il 30 percento dalle regioni, solo il 20 sono del Parlamento. Di questo 20 percento una buona metà è fatto di decreti legge e deleghe legislative. Il Parlamento ha perso la sua funzione tradizionale di costruttore delle leggi e non ha acquisito la più moderna funzione di controllore del governo e di titolare dell’indirizzo politico. In più l’attuale legge elettorale ha spaccato il Parlamento in due, una parte caudataria della maggioranza e una parte caudataria dell’opposizione, lo dico con rispetto per tutti, sia chiaro. Il conflitto è la conseguenza logica dell’assenza di un potere politico capace di essere arbitro razionale.

Con il senno di poi abbiamo fatto male a togliere l’immunità parlamentare?

Forse lo chiede alla persona sbagliata perché io fui tra i proponenti dell’abolizione, ma non mi pare che fu un errore in quel contesto, quando si abusava dell’immunità. Certamente oggi la questione si ripone, perché è vero che alcuni paesi non hanno alcuna forma di immunità, ma è anche vero che in nessun paese c’è un livello di indipendenza della magistratura dalla politica - per fortuna - così estesa come da noi. Però non vedo le condizioni per affrontare questo problema. In ogni caso non potrebbe essere l’immunità della Costituzione del ’48. Occorrerebbero una serie di limiti e di condizioni, insieme ad una profonda riqualificazione della politica e del Parlamento.

Lei dice che non ci sono le condizioni, ma potendola reintrodurre lo farebbe o no?