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Politica

TODI/ Bagnasco: per i cattolici è un'ora promettente della storia

Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa)Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa)


2.
Dobbiamo dunque riaffermare, innanzitutto,  il punto sorgivo della  presenza  sociale e civile dei cattolici: il primato della vita spirituale, quel guardare fermamente al volto di Cristo che con la forza del suo Spirito sprigiona  dinamismi virtuosi d’intelligenza e di dedizione. Qualora si sbiadisse questo primato, i cristiani sarebbero omologati alla cultura dominante e a interessi particolari: in una parola, sarebbero sopraffatti dalle onde dove stava per affondare l’apostolo Pietro. L’esperienza  insegna da sempre  che, in ogni campo, non sono l’organizzazione efficiente o il coagulo di interessi materiali o ideologici che reggono gli urti della storia e degli egoismi di singoli o di parti, ma la consonanza delle anime e dei cuori, la verità e la forza degli ideali: “Considera sommo crimine – diceva il poeta latino Giovenale – preferire la propria sopravvivenza all’onore, e perdere per la vita le ragioni del vivere”.  E ciò vale non solo per il singolo individuo, ma anche per un Paese, una civiltà, una cultura. Se, in forza  del relativismo gnoseologico e morale,  venissero corrosi i valori  che giustificano l’impegno della vita, allora verrebbero meno anche le fondamenta e le forze che sostengono la convivenza sociale, ed edificano una Nazione come comunità di vita e di destino. E’ questo patrimonio spirituale che permette l’unità culturale e sociale dei cristiani per essere, secondo la parola del Maestro, lievito e sale nella pasta. Tornando all’episodio evangelico, ci chiediamo: dove troviamo il volto di Cristo? Dove Lo possiamo, come Pietro, guardare fisso con gli occhi della fede e del cuore? La Chiesa, ricorda Sant’Ambrogio, è “misterium lunae”, cioè riflette la luce del suo Sposo e Signore. E nel grembo della Chiesa Madre  risplende il Sacramento della Presenza reale di Dio nel mondo, la Santissima Eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore, alla cui intimità Egli ci invita nel sacro convito. Sant’Agostino ci aiuta a comprendere il profondo rapporto tra il mistero eucaristico e la presenza del cristiano nel mondo: “Io sono il cibo dei forti (…) Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me” (Confessioni VII, 10, 8). Nella santa comunione, dunque, siamo assimilati a Lui, conformati a Lui: la nostra individualità viene elevata non distrutta, si ritrova più ricca nella comunione trinitaria. Unendoci intimamente a Sé, nello stesso tempo Egli ci apre agli uomini e ce li fa riconoscere non solo come nostri simili ma come fratelli, e ci spinge ad amarli nelle diverse modalità del servizio, compresa la forma alta e nobile della politica. Alla politica, che ha la grande e difficile responsabilità di promuovere il bene comune, la Chiesa in ogni tempo ha guardato con rispetto e fiducia, riconoscendole la gravità del compito, le conquiste di volta in volta raggiunte per il bene della società, e sostenendo con la forza della preghiera coloro che hanno abbracciato questo servizio con onestà e impegno. Se per nessuno è possibile  l’assenteismo sociale,  per i cristiani è un peccato di omissione, infatti “da qui, dall’Eucaristia – scrive Papa Benedetto XVI – deriva dunque il senso profondo della presenza sociale della Chiesa, come testimoniano i grandi Santi sociali che sono stati sempre anime eucaristiche. Chi riconosce Gesù nell’Ostia santa, lo riconosce nel fratello che soffre, che ha fame e sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato; ed è attento ad ogni persona, si impegna, in modo concreto, per tutti coloro che sono in necessità. Dal dono di amore di Cristo proviene pertanto la nostra speciale responsabilità di cristiani nella costruzione di una società solidale, giusta, fraterna” (Benedetto XVI, Omelia Corpus Domini, 23.6.2011).

3.
Radicati e fondati in Cristo – come due milioni di giovani hanno meditato alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid (agosto 2011) – i cristiani abitano la storia consapevoli di avere qualcosa di proprio da dire, qualcosa di decisivo per il bene dell’umanità. Qualcosa che è dato dalla fede, che si rivela pienamente in Gesù, ma che – in misura – è avvicinabile dalla ragione pensante e aperta: è l’autentica concezione dell’uomo, della sua dignità, dei suoi  bisogni veri, non  indotti e imposti da una cultura prona all’ideologia del  mercato. Senza questa visione, paragonabile al tesoro nascosto nel campo o alla perla preziosa, l’ordine sociale e civile si deforma e progressivamente si allontana dall’uomo. E’ con questo patrimonio universale che la comunità cristiana deve animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica. “Non si tratta di predicare il Vangelo – scriveva Paolo VI – in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e con il disegno della salvezza” (Esortazione Apostolica, Evangelii nuntiandi, n. 19).
E’ noto che non tutte le concezioni antropologiche sono equivalenti sotto il profilo morale; da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile. Se si concepisce l’uomo in modo individualistico, come oggi si tende, come si potrà costruire una comunità solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso alla trascendenza e centrato su se stesso, un grumo di materia caduto nello spazio e nel tempo, come riconoscerlo non “qualcosa” tra altre cose, ma “qualcuno” che è qualitativamente diverso dal resto della natura? E su che cosa potrà poggiare la sua dignità inviolabile? E quale sarà il fondamento oggettivo e non manipolabile dell’ordine morale? Solo Dio Creatore e Padre può fondare e garantire la più alta delle creature, l’uomo. Per questo, dove la religione subisce l’emarginazione palese o subdola, dove si pretende di  confinarla nella sfera individuale come una questione  priva di valenza pubblica – magari con la motivazione del  primato della testimonianza silenziosa puntiforme o della neutralità rispettosa – l’uomo rapidamente declina sotto l’imperio di logiche illiberali, e diventa preda di poteri ridenti ma disumani. La dimensione religiosa è storicamente innegabile, e si rivela anche ai nostri giorni una dimensione incoercibile dell’essere e dell’agire dell’uomo: negarla o non riconoscerne la dimensione pubblica, significa creare una società violenta, chiusa e squilibrata a tutti i livelli, personale, interpersonale, civile. Una società incapace di pensare e tanto più di attuare il bene comune, scopo della società giusta. Il bene comune, infatti, comporta tutte le dimensioni costitutive dell’uomo, quindi deve riconoscere anche la sua apertura a Dio, la sua dimensione religiosa. E dato che la persona è un essere in relazione, ciò che universalmente lo riguarda ha sempre una valenza anche sociale: “Relegare la fede nell’ambito meramente privato, mina la verità dell’uomo e ipoteca il futuro della cultura e della società. Al contrario, rivolgere lo sguardo al Dio vivo, garante della nostra libertà e della verità, è una premessa per arrivare ad una umanità nuova” (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi spagnoli, 8.7.2006).