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TODI/ Bagnasco: per i cattolici è un'ora promettente della storia

Pubblicazione:lunedì 17 ottobre 2011

Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa) Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa)


Per questo la religione non è un problema per la società moderna ma, al contrario, una risorsa e una garanzia: la Chiesa non cerca privilegi, né vuole intervenire in ambiti estranei alla sua missione, ma deve poter esercitare liberamente questa sua missione. I cristiani da sempre sono presenza viva  nella storia,  consapevoli che la fede in Cristo, con le sue implicazioni antropologiche, etiche e sociali, è un bene anche per la Città. Ed hanno costituito una presenza di coagulo per ogni contributo compatibile con l’antropologia relazionale e trascendente, e con il progetto di società aperta e solidale che ne consegue. Sono diventati nella società civile massa critica, capace di visione e di reti virtuose, per contribuire al bene comune che è composto di “terra” e di “cielo”. Il  patrimonio di dottrina e di sapienza che costituisce la terra solida e la bussola per il cammino, forma il corpus della Dottrina sociale della Chiesa: esso, alimentato nella comunione ecclesiale, è un tesoro provvidenziale, insuperabile e necessario per i cattolici che vogliono servire la città degli uomini nei suoi diversi ambiti, ed è  disponibile a tutti. Per questo non possono arretrare di fronte alle sfide. Siamo grati al Santo Padre Benedetto XVI che, nella visita alla Diocesi di Lamezia Terme, ancora una volta ha ricordato quanto è opportuna “la Scuola di Dottrina Sociale della Chiesa, sia per la qualità articolata della proposta, sia per la sua capillare divulgazione. Auspico – aggiungeva – che da tali iniziative scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune” (Lamezia Terme, Omelia 9-10.2011). La Dottrina Sociale della Chiesa non è un insieme di argomenti slegati e chiusi, ma un corpo organico con un centro vitale e dinamico che è la natura umana con i suoi dinamismi e le sue leggi. Solo riconoscendo nei fatti e senza sconti questo dato universale e irrinunciabile – questo “patrimonio valoriale genetico” che crea unità culturale – è possibile guardare in modo coerente e costruttivo ai vari areopaghi del mondo.
E’ opportuno ripetere che non c’è motivo di temere per la laicità dello Stato, infatti il principio di laicità inteso “come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto. (…) La laicità, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale dell’uomo che vive in società, anche se tali verità sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una” (Congregazione della Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24.11.2002, n. 6). E poiché solo scegliendo la verità che l’uomo è per natura, egli giunge alla propria perfezione, allora la morale è liberazione dell’uomo e la fede cristiana è l’avamposto della libertà umana.
Tuttavia bisogna ricordare che il riconoscimento della rilevanza pubblica delle fedi religiose se per un verso è un valore auspicabile e dovuto, dall’altro è fortemente insufficiente in ordine alla costruzione del bene comune e allo stesso concetto di vera laicità. Infatti esso è – potremmo dire – come una cornice di apprezzabile valore, ma che deve essere riempita di contenuti. La laicità positiva, infatti, non può ridursi a rispetto e a procedure corrette,  ma, anche qui, deve misurarsi con l’uomo per ciò che è in se stesso universalmente, cioè con la sua natura. E’ questa che invera le diverse culture e che ne misura la bontà o, se si vuole, l’intrinseco livello di umanesimo.

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I fedeli laici sanno che è loro dovere  lavorare per il giusto ordine sociale, anzi è un debito di servizio che hanno verso il mondo in forza dell’antropologia illuminata dalla  fede e dalla ragione. E’ questo il motivo per cui non possono tacere. Nel Documento conclusivo della XLVI Settimana sociale dei Cattolici italiani a Reggio Calabria si legge: “Noi tutti, come Chiesa e come credenti, siamo chiamati al grande compito di servire il bene comune della civitas italiana in un momento di grave crisi e allo stesso tempo di memoria dei centocinquant’ anni di storia politicamente unitaria. Vedercelo affidato può stupire e richiede prudenza, ma non deve generare paura o peggio ancora indifferenza” (XLVI Settimana sociale dei Cattolici italiani, Documento conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010, n. 20). Come sempre, vogliamo portare il nostro contributo, consapevoli che, storicamente, “se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza” (CEI, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n.13).  Quanto più le difficoltà culturali e sociali sono gravi, i cristiani tanto più si sentono  chiamati in causa per portare il loro contributo specifico, chiaro, e deciso, senza complessi di sorta e senza diluizioni ingiustificabili, poiché  l’uomo non è un prodotto della cultura, come si vuole accreditare,  e la società non è il demiurgo che si compiace di elargirgli questo o quel riconoscimento secondo convenienze economiche,  schemi ideologici o dinamiche maggioritarie. L’uomo è in sé il valore per eccellenza, che di volta in volta si rifrange in una cultura che tale è quando non lo imprigiona, consentendogli di porsi in continuo rapporto con  la propria verità. Egli, infatti, porta nel suo essere un dover-essere che costituisce la morale naturale. Esiste, insomma, un “terreno solido e duraturo” (Benedetto XVI, Discorso ai Rappresentanti del Consiglio d’Europa, 8.9.2010), che è quello dei principi o valori “essenziali e nativi” (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 71), quindi irrinunciabili  non perché non si debbano argomentare ma perché, nel farlo e nel legiferare, non possono essere intaccati in quanto inviolabili, inalienabili e indivisibili (cfr Benedetto XVI, Discorso cit.). Essi appartengono, per così dire, al DNA della natura umana, al ceppo vivo e originario di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre Benedetto XVI, nella “Caritas in veritate”, dopo aver osservato che “la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità” (n.18), ricorda al mondo che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è “l’apertura alla vita” (n. 28).


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