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TODI/ Bagnasco: per i cattolici è un'ora promettente della storia

Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa) Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa)


Oggi l’attenzione generale è puntata con ragione ai grandi problemi del lavoro, dell’economia, della politica, della solidarietà e della pace: problemi che oggi  attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettività, specialmente i giovani. La sensibilità e la presenza  costante della Chiesa sul versante dell’etica sociale è sotto gli occhi di tutti e nessuno la può, nella sua millenaria  storia, onestamente negare. E’ parte del messaggio cristiano, né è una conseguenza: “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). L’incalcolabile  rete di vicinanza e di solidarietà che abbraccia l’intero territorio nazionale grazie ai nostri sacerdoti,  consacrati, innumerevoli volontari, rappresenta una mano tesa trasparente e universalmente nota: è quotidianamente frequentata da un crescente  stuolo di fratelli e sorelle in difficoltà che ricevono ascolto, aiuto, attenzione. Ed è sempre più anche luogo di  incontro e di concreta integrazione tra popoli, religioni e culture. Il Signore Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, ispira e sostiene questa rete di fraterna carità che si avvale di risorse provvidenziali, e di quell’amore gratuito che nessun codice di diritto positivo può stabilire e garantire, perché esso viene dall’Alto. Ed è ogni giorno da invocare da Dio e da rinnovare in Dio, come dono e compito verso tutti. La  ricaduta sociale della fede cristiana appartiene al patrimonio dottrinale, segna la missione della Chiesa e ispira la prassi della cristianità. Anche circa il tema critico e complesso del lavoro, la Chiesa non da ora  segue le vicende in modo attento  e partecipe e, nei limiti delle sue competenze, si pone a fianco dei diversi protagonisti con una presenza discreta, rispettosa e responsabile.  Oggi, dunque, la sensibilità generale è puntata in modo speciale sull’uomo nello sviluppo della sua vita terrena, e quindi sulle vie migliori per assicurare  giustizia sociale,  lavoro,  casa e salute,  rete accogliente e solidale,  pace: valori, questi e altri, che vanno a descrivere ciò che è chiamata “etica sociale”.

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Ma la giusta preoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco che è forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica. Sono in gioco, infatti, le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono “sorgenti” dell’uomo, questi principi sono chiamati “non negoziabili”. Quando una società s’ incammina verso la negazione della vita, infatti, “finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 28). Senza un reale rispetto di questi valori primi, che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità. Ogni altro valore necessario al bene della persona e della società, infatti, germoglia e prende linfa dai primi, mentre staccati dall’accoglienza in radice della vita, potremmo dire della “vita nuda”, i valori sociali inaridiscono. Ecco perché nel “corpus” del bene comune non vi è un groviglio di equivalenze valoriali da scegliere a piacimento, ma esiste un ordine e una gerarchia costitutiva. Nella coscienza universale sancita dalle Carte internazionali è espressa una acquisita sensibilità verso i più poveri e deboli della famiglia umana, e quindi è affermato il dovere di mettere in atto ogni efficace misura di difesa, sostegno e promozione. Ciò è una grande conquista, salvo poi – questa dichiarazione – non sempre corrispondere alle  politiche reali. Ma, ci chiediamo, chi è più debole e fragile, più povero, di coloro che neppure hanno voce per affermare il proprio diritto, e che spesso nemmeno possono opporre il proprio volto?…Vittime invisibili ma reali! E chi è più indifeso di chi non ha voce perché non l’ha ancora o, forse, non l’ha più? E, invero, la presa in carica dei più poveri e indifesi non esprime, forse, il grado più vero di civiltà di un corpo sociale e del suo ordinamento? E non modella la forma di pensare e di agire – il costume – di un popolo, il suo modo di rapportarsi nel proprio interno, di sostenere le diverse situazioni della vita adulta sia con codici strutturali adeguati, sia nel segno dell’attenzione e della gratuità personale? Questo insieme di atteggiamenti e di comportamenti propri dei singoli, ma anche della società e dello Stato,  manifesta  il livello di umanità o, per contro, di cinismo paludato, di un popolo e di una Nazione.  La nostra Europa, come l’intero Occidente segnato da una certa cultura radicale fortemente individualista, si trova da tempo sullo spartiacque tra l’umano e il suo contrario. Questi temi non sono rimandabili quasi fossero secondari; in realtà formano la “sostanza etica” di base del nostro vivere insieme. Già nel 1992, i Vescovi italiani scrivevano: “L’elaborazione di una diversa cultura dell’uomo e della convivenza sociale è il problema più serio, la più grande sfida che la società italiana deve  affrontare” (CEI, Evangelizzare il sociale, n. 89).