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TODI/ Bagnasco: per i cattolici è un'ora promettente della storia

Pubblicazione:lunedì 17 ottobre 2011

Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa) Il Cardinale Angelo Bagnasco (Ansa)


6.
Una obiezione ricorrente è che i cristiani vorrebbero imporre, nella sfera politica e civile, in un contesto pluralistico e complesso, dei valori confessionali, anziché prendere atto dei cambiamenti culturali e comportamentali, e semplicemente registrarli dando loro dignità giuridica in nome del pluralismo e del principio di tolleranza. L’obiezione contiene due aspetti. Il primo – il più evidente – la tesi secondo cui il cristianesimo sarebbe arrogante e pericoloso alla democrazia. Ma Papa Benedetto XVI, di recente, precisava al Parlamento di Berlino: “Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante dalla Rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio (…) Dal (…) legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani” (Discorso al Parlamento Federale, Berlino 22.9.2011; cfr anche Congregazione per la dottrina della fede, Nota cit.). Per questa ragione le esigenze etiche fondamentali “non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità dell’uomo e al bene comune delle società civili” (Nota cit. n. 5).
Ma vi è anche una seconda tesi nell’obiezione riportata: sembra che lo scopo precipuo degli Ordinamenti civili debba essere quello di registrare e ordinare i comportamenti e i desideri soggettivi, dal momento che il relativismo culturale sfocia inevitabilmente nel pluralismo etico, e questo viene ritenuto da alcuni la condizione della democrazia. Avviene così che nella sfera culturale si rivendica la più assoluta autonomia delle scelte morali, e nella sfera legislativa si formulano leggi che prescindono dall’etica naturale, come se tutte le concezioni della vita fossero equivalenti. A fronte di tale concezione, mi torna alla memoria lo Stato Leviatano di Hobbes, secondo il quale esso esiste come necessario gendarme che regola gli istinti violenti di tutti contro tutti. La Dottrina sociale della Chiesa, il pensiero universale e l’esperienza, offrono in verità una visione ben più alta e nobile dello Stato. In questo decisivo orizzonte, il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, a conclusione dell’incontro annuale svoltosi in Croazia, così si è espresso a nome di tutti i Vescovi del Continente: “Siamo convinti che la coscienza umana è capace di aprirsi ai valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo. La Chiesa, consapevole della sua missione di servire l’uomo e la società con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano. Per questa ragione non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famiglia, della libertà religiosa ed educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico” (CCEE, Assemblea plenaria, Zagabria 3.10.2010).
A volte si sente affermare che di questi valori non bisognerebbe  parlare perché “divisivi” e quindi inopportuni e scorretti, mentre quelli riguardanti l’etica sociale avrebbero una capacità unitiva generale. L’invito, non di rado esplicito, sarebbe quello di avvolgerli  in un cono d’ombra e di silenzio, relegarli sempre più sullo sfondo privato di ciascuno, come se fossero un argomento scomodo, quindi socialmente e politicamente inopportuno. L’invito è spesso di far finta di niente, di “lasciarli al loro destino”, come se turbassero la coscienza collettiva. Tuttalpiù si vorrebbe affidarli all’opera silenziosa e riservata della burocrazia tecnocratica. Ma è  possibile perseguire il bene comune tralasciandone il fondamento stabile, orientativo e garante? Il bene è possibile solo nella verità e nella verità intera. Per questa ragione non sono oggetto di negoziazione: su molte questioni, infatti, si deve procedere attraverso mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che, per il contenuto loro proprio, difficilmente sopportano mediazioni per quanto volenterose, giacché, questi valori, non sono né quantificabili né parcellizzabili, pena trovarsi di fatto negati.


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