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IL PALAZZO/ Alcuni retroscena sulla fronda interna alla Lega (e al Governo)

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Umberto Bossi e Roberto Maroni (Imagoeconomica)  Umberto Bossi e Roberto Maroni (Imagoeconomica)


All’appello mancano due postazioni strategiche come Padova e Treviso. Nella Marca Gobbo gioca in casa e dovrebbe farcela, ma nella città del Santo è dato perdente. In sostanza se si votasse oggi la linea antiberlusconiana del sindaco di Verona (e quindi di Maroni) conquisterebbe la leadership regionale. Sommata a quella lombarda, già in mano a Giancarlo Giorgetti e ai frondisti, rovescerebbe gli equilibri interni al partito mettendo in crisi, numeri alla mano, la linea berlusconiana di Bossi e dei lealisti. Evidente l’impatto sul governo e tutta l’alleanza di centrodestra. Per questo Gobbo in questi mesi ha attaccato a testa bassa Tosi, si è cominciato a gridare al complotto fascista e si sono congelati i congressi.

Nel frattempo, la guerra fredda leghista fa fibrillare tutta l’azione dell’esecutivo, sconfinando sulla delicata partita di Bankitalia, dove la trincea di Bossi (e di Tremonti) si chiama Vittorio Grilli: un blocco che potrebbe portare alla bocciatura del candidato draghiano, Fabrizio Saccomanni a vantaggio di Lorenzo Bini Smaghi. Bloccando quel po’ di riformismo ancora producibile da questo esecutivo (leggi riforma delle pensioni). E provocando sbandamenti e incursioni, come l’intemerata del berluscones Giorgio Stracquadanio contro l’azione anti indignados del ministro degli Interni: “Maroni è stato un incapace, doveva prevenire meglio gli scontri. Forse voleva far cadere il governo...”. Chiara la stoccata al nemico interno dei cerchisti, da mesi voglioso di superare l’alleanza con Silvio Berlusconi. Senza che nessun esponente di peso del Carroccio sia intervenuto per difendere il proprio ministro dall’accusa dell’esponente pidiellino. Curioso, no?



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