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SCENARIO/ 2. Così la guerra all'euro promuove un "governo" Monti

Sacconi, Berlusconi e Romani (Imagoeconomica) Sacconi, Berlusconi e Romani (Imagoeconomica)

Per tornare al punto l’impressione è che convocare riunioni di governo presso la propria abitazione non alimenti, nel padrone di casa come in alcuni dei commensali, né il senso delle istituzioni né quello del ridicolo. Ma ci si chiede allora: può reggere a lungo, fino a fine legislatura, una situazione del genere? Paradossalmente anche sì, se i sondaggi restano quelli evidenziati dal più serio dei analisti, Nando Pagnoncelli, all’ultima puntata di Ballarò.

Se infatti non si apre uno spiraglio per il centrodestra, neppure nella ben lontana ipotesi di aggancio del Terzo Polo, non si vede che interesse possano avere a breve ad andare al voto Berlusconi e Bossi se non per sancire il fallimento della legislatura e della diarchia che l’ha retta. Forse però, come mi è capitato già di scrivere, potrebbe essere la precipitazione verso il referendum elettorale a imporre la corsa anticipata verso le urne nel timore – da parte dei padroni del vapore – di perdere il controllo delle candidature su cui si basa l’attuale immodificabilità delle leadership di tutti i partiti. 
Intanto a ogni nuova uscita, l’ultima questa dei licenziamenti, il governo sembra scavare un fossato più profondo con l’elettorato, al posto di creare ponti (a proposito: sembra saltato del tutto il progetto del Ponte sullo Stretto, per carità i pareri in merito erano discordi, ma il fatto che salti uno dei punti d’onore nel programma questa maggioranza non depone certamente bene per la stessa).

Ma lo spettacolo dell’opposizione non fa sperare in niente di buono nemmeno dall’altra parte. Lo stato in cui è ridotto il dibattito interno nell’unico partito “scalabile” rimasto – mi riferisco al Pd – getta un’ombra sulla sostenibilità stessa in Italia, oggi, di un modello di partito a democrazia interna. Forse ci siamo abituati ai partiti-persona, quelli con il nome del leader dentro il simbolo per intenderci, e allora la formula della partecipazione, per chi ancora la coltiva, si trasforma facilmente in gazzarra.

Stando così le cose l’auspicio, allora, è che sia il corpo elettorale – presto o tardi, fra sei mesi o un anno e mezzo – a imporre quel governo di larghe intese, di responsabilità nazionale, o di tregua come pure si dice, di cui il Paese avrebbe bisogno. Per sgombrare il capo dagli allarmi interessati che questa ipotesi suscita basti leggere la già citata lettera di Mario Monti – da tutti indicato come premier ideale in tale ipotesi – lettera che trasuda buon senso, senso della misura e delle istituzioni, merce rara in quest'epoca di democrazia strumentale e guerreggiata sulla pelle di tutti noi.