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IL CASO/ Se lobby e poteri forti contano meno dello Stato

I giochi a premi sono uno delle attività più redditizie per lo Stato (Foto Imagoeconomica) I giochi a premi sono uno delle attività più redditizie per lo Stato (Foto Imagoeconomica)

Galietti, che è stato un giovane consigliere di Tremonti e ha bazzicato i corridoi del ministero dell’Economia nel triennio iniziale della XVI legislatura, arriva nelle librerie in una fase di massima indignazione e di crescente scontento per i politici, le istituzioni, ma spesso anche per i rappresentanti delle parti sociali. Come ricorda l’autore, “il mistero, l’inaccessibilità arcana dei palazzi sono violati e ridicolizzati, le telefonate e i maneggi sono messi a nudo e sezionati sul freddo tavolo operatorio dell’opinione pubblica. È la logica implacabile del name and shame, della gogna mediatica, così diversa dai tempi lunghi dei tribunali e dalla rassicurante ovatta della procedura. Il processo sui giornali è immediato e cruento, riguarda tutto, non solo le fattispecie penali, rimbalza su internet e vi rimane a imperitura memoria con il suo strascico di commenti indignati e giudizi velenosi. Nell’anno dello scandalo 2011, le analogie con il 1992 e Mani Pulite si sprecano e i tradizionali simboli del potere - le auto blu con i finestrini oscurati, i portaborse, il cellulare perennemente premuto contro l’orecchio - sono guardati con sospetto. Un clima che ovviamente non può piacere a chi fa lobbying in maniera professionale, a rischio di essere etichettato come i tanti sodali dei politici e i trafficoni finiti nelle inchieste penali e di essere bollato per sempre come losco faccendiere frequentatore di palazzi”.

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