BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

BERLUSCONISMO/ La fine di un "sogno" nato nel '68

Pubblicazione:mercoledì 9 novembre 2011 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 9 novembre 2011, 12.08

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Per comprenderlo occorre tener presente più fattori. Il primo è che lo sdoganamento della cultura di destra è opera proprio del "68 pensiero". Fino agli anni Sessanta il nome di Nietzsche, nell’ambiente intellettuale, era impronunciabile, associato, inevitabilmente, agli esiti nazionalsocialisti. Poi è avvenuta la grande “pulitura” a opera degli intellettuali francesi della Gauche: Deleuze, Foucault… La sinistra ha “purificato” Nietzsche, cioè l’autore della destra radicale europea, e lo ha associato a Marx nell’opera della contestazione di tutti i valori della società “cristiano-borghese”. Quando con l’89 il marxismo è crollato è rimasto Nietzsche divenuto, nel frattempo, autore di culto. Un Nietzsche depurato, certo, dalla “volontà di potenza” e presentato come il teorico della liberazione dionisiaca, il Nietzsche di Gianni Vattimo.
Insomma è stata la sinistra che ha legittimato la cultura di destra che avrebbe trionfato a partire dagli anni Ottanta. Lo ha denunciato ultimamente anche Marcello Veneziani lamentando, dal suo punto di vista, come la cultura progressista si fosse appropriata, nel corso degli ultimi decenni, degli autori della destra. L’esempio eclatante è qui quello della casa editrice Adelphi.

Quello che stai dicendo era stato previsto da Augusto Del Noce già negli anni Settanta.

Sì, Del Noce già nel 1963, nel suo saggio su “L’irreligione occidentale” contenuto ne Il problema dell’ateismo comprende come il cristianesimo e la sinistra si trovano di fronte un medesimo avversario: la società opulenta. Un marxismo privo di idealità non solo non era in grado di opporsi a questo avversario, ma ne diventava, in qualche modo, funzionale alla sua realizzazione. «Di fatto – scrive nel ’70 – la crisi della sinistra prende la forma del suo frangersi in due opposti sviluppi: quello dell’adattamento al reale che al limite porta alla subordinazione al "principio di realtà", ma come realtà non più orientata ai valori, bensì come potenza pura; e quella dell’irrealismo puro, che tuttavia si fa oggettivamente complice del primo nella contestazione globale di tutti i valori». La sinistra oscilla, così, tra resa all’esistente – il mondo tecnocratico dei poteri forti – e l’utopia visionaria di chi mescola i sogni con la violenza. In ambedue i casi tradisce la sua impotenza di fronte alla nuova destra.

Questa impotenza indica anche un limite culturale, un’autocritica che, dopo il crollo del muro di Berlino, è mancata alla sinistra?

L’autocritica è mancata su due punti. La riflessione sulla violenza, innanzitutto. Come ha dimostrato il recente “sacco di Roma”, la mitologia della violenza è ancora potente. Essa ha radici antiche è non è stata debellata. Il secondo punto è il contributo che la sinistra degli anni Settanta, modulata da Gramsci, ha portato alla secolarizzazione del costume. Il risultato è stato una desertificazione dei valori popolari a cui non si è stato in grado di sostituire nulla. Un materialismo storico integrale si è trasformato in storicismo assoluto, cioè in relativismo e nichilismo. Il risultato è quello di cui parlavamo: la crisi della sinistra, la sua autodissoluzione genera il mondo della destra tecnocratica che arriva fino a noi. Per uscire da questa impasse la sinistra deve valorizzare un illuminismo aperto alla posizione religiosa, l’unica che può restituire senso alla parola cambiamento fondandola su alcuni valori irrinunciabili. Il documento pubblicato su L’Avvenire: “Nuova alleanza per l’emergenza antropologica”, sottoscritto da quattro intellettuali provenienti dal mondo comunista, Barcellona, Sorbi, Tronti, Vacca, va in questa direzione. In Europa una prospettiva analoga è quella offerta da Jürgen Habermas.

Se quello che dici è esatto perché il governo berlusconiano, al di là dei problemi privati del Premier, è stato colpito da una crisi così profonda?


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
10/11/2011 - Evviva il business (Gaetano Nascimbeni)

Nel tentativo di capire Berlusconi attraverso Del Noce, il professore e il giornalista - che si danno manforte a vicenda - finiscono per mettere al centro Del Noce e da parte il Berlusconi reale, vedendo solo il B. teorico che serve alla loro analisi per funzionare a dovere. Berlusconi è durato fino ad ora non perché ha promesso veline e calciatori, ma perché aveva promesso la riforma fiscale. Meno tasse, cari, non voleva dire ricchezza senza lavoro, ma giustizia. L’analisi è buona (pienamente condivisibile - o quasi - sulla sinistra) ma perde il controllo nell’ansia di trascinare Berlusconi nel falò del nichilismo finanziario e libertino. Rampantismo, libertinismo e visione ludica della vita? Calma. B. se ne va perché ha sgovernato, non per i festini (meno male che ci sono stati: vi permettono di chiudere il cerchio della società opulenta, no?). B. vinse nel 2008 (e anche prima) perché votato da un popolo di risparmiatori e di partite Iva, non per la f… promessa a tutti. Attendiamo allora che la sinistra recuperi l’utopia buona che auspicate. Auguri.

 
09/11/2011 - L'uomo della strada 2 (Diego Perna)

Io continuo a credere in quello che faccio, e lavorando come artigiano, provo a costruire qualcosa cha abbia valore, che non nasce solo dalla fatica e dal tempo che ci dedico, ma anche dalla possibilità che ho il privilegio di vivere, il rapporto diretto con i miei committenti che sono esattamente delle persone vive e non ce n’è mai una uguale all’altra. Devo dire che il valore del fare le cose con le mani, come strumenti di un intelligenza che le guida, sono una grande risorsa per un paese, che le ha denigrate e mortificate sin’ora, spero allora che veramente cambi qualcosa in questo senso e che la crisi che stiamo attraversando e di cui non vedo ancora nemmeno il penultimo capitolo, possa essere veramente occasione per ridare valore a ciò che ne ha, costruire una società più giusta per ognuno, senza elite di nessuna sorta. L’unico pericolo che ancora vedo è proprio questo, le elite,le caste, una sorta di luoghi più chiusi di quanto lo sono stati adesso dove prevalgono solo interessi personali anche se mascherati di buone intenzioni. E come dice il proverbio, sappiamo dove portano le strade lastricate di questo tipo di intenzioni.

 
09/11/2011 - L'uomo della strada 1 (Diego Perna)

Mi piace questa definizione, uomo della strada, mi fa pensare a colui che cammina e guarda il mondo, ciò che accade intorno, e se ne fa un’idea. Nessuno è libero da condizionamenti, ciò che vediamo è sempre filtrato da un pregiudizio e una cultura che abbiamo acquisito e ci precede. Negli ultimi tempi, ci siamo accorti, che molto è cambiato ad esempio nell’arte, in tutte le sue forme espressive, soprattutto in quelle visive. Opere d’arte al limite della comprensibilità, spesso banale, ma fortemente sostenuta dalla critica e dai mercanti (vedi mercati), lo stesso criterio adottato in finanza, fare soldi facili senza legami con l’economia reale. Oggi gli artisti di grido fanno soldi con poca fatica, quadri o sculture, valutate milioni di euro o dollari, ma che non hanno valore, se non quello deciso da una elite di intellettuali e mercanti. Anche la politica e gli uomini al potere degli ultimi decenni hanno fatto lo stesso, non solo in Italia, anche se da noi con un primo ministro cresciuto in mezzo alla comunicazione mediatica per eccellenza, la televisione, le conseguenze sono più eclatanti. Ma ovviamente non ci possiamo limitare a una persona come causa di tutti i mali, ognuno in proporzione ne abbiamo la responsabilità.