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BERLUSCONISMO/ La fine di un "sogno" nato nel '68

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

DIMISSIONI DI BERLUSCONI. La lunga agonia che sta accompagnando le ultime fasi della legislatura del governo Berlusconi e il disagio di molti davanti alla situazione politica rendono necessaria una riflessione su Silvio Berlusconi e il berlusconismo. Tenendo presente che l’Italia è il Paese del “servo encomio e del codardo oltraggio” è il momento di approfondire culturalmente l’analisi di questo fenomeno. Magari prendendo le mosse dal finale della Mostra sulla Sussidiarietà presentata al Meeting di Rimini, che ricordava i giudizi di Pier Paolo Pasolini e Augusto Del Noce sulla società opulenta. Ne parliamo con Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale nell’Università di Perugia.

Professore, è finito un mondo?

La percezione che stavamo vivendo la fine di un'epoca era molto diffusa da tempo. Non si tratta solo di un fenomeno italiano. Il tramonto del berlusconismo è un momento di una crisi più ampia: quella che avvolge, in questo momento, l’orizzonte ideale di tutto il mondo occidentale. Noi stiamo assistendo, anche a seguito della grave debacle economico-finanziaria, alla crisi del modello di vita e di costume che, inaugurato negli anni Ottanta con Reagan e la signora Thatcher, ha contrassegnato la stagione del post-’89. Il crollo del comunismo, l’era della globalizzazione, hanno visto il trionfo di un capitalismo sicuro di sé, incurante di regole, teso unicamente alla massimizzazione dei profitti. Un capitalismo finanziario non più legato al binomio ricchezza-lavoro. Questa affermazione è stata supportata da una visione dell’uomo di tipo hobbesiano – "homo homini lupus" – che ha fatto carta straccia di tutti i valori di equità e di solidarietà. Un rampantismo coniugato con una visione ludica della vita per la quale ai “superuomini” tutto era concesso, dal lusso ai piaceri. Il libertinismo è l’altra faccia del business. Il risultato è una “mutazione antropologica” profonda, diagnosticata da Pasolini e  da Del Noce già a metà degli anni Settanta.

Tra la cultura berlusconiana e quella degli anni Settanta, post-sessantottina, c’è rottura assoluta o sussiste una qualche forma di continuità?

Questa è una domanda interessante. L’era berlusconiana, che non coincide solo con Berlusconi, ma racchiude, in qualche modo, anche i governi di centro-sinistra, per un aspetto si distingue nettamente dalla cultura sessantottina, sino a rappresentarne l’antitesi; per un altro, però, ne prolunga le conseguenze luddistiche che non trovano espressione solo nello sdoganamento dell’eros diventato fenomeno di massa, ma anche nel ruolo conferito all’immaginario: “l’immaginazione al potere”. È interessante, da questo punto di vista, la controversia che ha diviso, recentemente, Gianni Vattimo, teorico del post-moderno, dal suo antico discepolo Maurizio Ferraris, approdato ad un New Realism. L’accusa che Ferraris muove a Vattimo è quella per cui la posizione culturale post-moderna, per la quale “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ha trovato, di fatto, la sua realizzazione nel populismo mediatico che contrassegna l’epoca berlusconiana. Il postmodernismo, affermato da Vattimo come emancipazione da ogni autorità e verità, rappresenta la consacrazione del vuoto televisivo e dei suoi idoli. La cultura della sinistra erede del ’68, nell’analisi di Ferraris, non solo appare impotente di fronte alla nuova destra, ludica e tecnocratica, ma in qualche modo la legittima. La nuova destra è il punto di realizzazione della sinistra, spogliata delle sue richieste egualitariste e intellettuali.

Com'è possibile che il radicalismo post-’68 possa generare il suo opposto? Quel mondo contro cui stanno reagendo, in questo momento, gli indignados di mezzo mondo.


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COMMENTI
10/11/2011 - Evviva il business (Gaetano Nascimbeni)

Nel tentativo di capire Berlusconi attraverso Del Noce, il professore e il giornalista - che si danno manforte a vicenda - finiscono per mettere al centro Del Noce e da parte il Berlusconi reale, vedendo solo il B. teorico che serve alla loro analisi per funzionare a dovere. Berlusconi è durato fino ad ora non perché ha promesso veline e calciatori, ma perché aveva promesso la riforma fiscale. Meno tasse, cari, non voleva dire ricchezza senza lavoro, ma giustizia. L’analisi è buona (pienamente condivisibile - o quasi - sulla sinistra) ma perde il controllo nell’ansia di trascinare Berlusconi nel falò del nichilismo finanziario e libertino. Rampantismo, libertinismo e visione ludica della vita? Calma. B. se ne va perché ha sgovernato, non per i festini (meno male che ci sono stati: vi permettono di chiudere il cerchio della società opulenta, no?). B. vinse nel 2008 (e anche prima) perché votato da un popolo di risparmiatori e di partite Iva, non per la f… promessa a tutti. Attendiamo allora che la sinistra recuperi l’utopia buona che auspicate. Auguri.

 
09/11/2011 - L'uomo della strada 2 (Diego Perna)

Io continuo a credere in quello che faccio, e lavorando come artigiano, provo a costruire qualcosa cha abbia valore, che non nasce solo dalla fatica e dal tempo che ci dedico, ma anche dalla possibilità che ho il privilegio di vivere, il rapporto diretto con i miei committenti che sono esattamente delle persone vive e non ce n’è mai una uguale all’altra. Devo dire che il valore del fare le cose con le mani, come strumenti di un intelligenza che le guida, sono una grande risorsa per un paese, che le ha denigrate e mortificate sin’ora, spero allora che veramente cambi qualcosa in questo senso e che la crisi che stiamo attraversando e di cui non vedo ancora nemmeno il penultimo capitolo, possa essere veramente occasione per ridare valore a ciò che ne ha, costruire una società più giusta per ognuno, senza elite di nessuna sorta. L’unico pericolo che ancora vedo è proprio questo, le elite,le caste, una sorta di luoghi più chiusi di quanto lo sono stati adesso dove prevalgono solo interessi personali anche se mascherati di buone intenzioni. E come dice il proverbio, sappiamo dove portano le strade lastricate di questo tipo di intenzioni.

 
09/11/2011 - L'uomo della strada 1 (Diego Perna)

Mi piace questa definizione, uomo della strada, mi fa pensare a colui che cammina e guarda il mondo, ciò che accade intorno, e se ne fa un’idea. Nessuno è libero da condizionamenti, ciò che vediamo è sempre filtrato da un pregiudizio e una cultura che abbiamo acquisito e ci precede. Negli ultimi tempi, ci siamo accorti, che molto è cambiato ad esempio nell’arte, in tutte le sue forme espressive, soprattutto in quelle visive. Opere d’arte al limite della comprensibilità, spesso banale, ma fortemente sostenuta dalla critica e dai mercanti (vedi mercati), lo stesso criterio adottato in finanza, fare soldi facili senza legami con l’economia reale. Oggi gli artisti di grido fanno soldi con poca fatica, quadri o sculture, valutate milioni di euro o dollari, ma che non hanno valore, se non quello deciso da una elite di intellettuali e mercanti. Anche la politica e gli uomini al potere degli ultimi decenni hanno fatto lo stesso, non solo in Italia, anche se da noi con un primo ministro cresciuto in mezzo alla comunicazione mediatica per eccellenza, la televisione, le conseguenze sono più eclatanti. Ma ovviamente non ci possiamo limitare a una persona come causa di tutti i mali, ognuno in proporzione ne abbiamo la responsabilità.