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SCENARIO/ Governo Monti, una "parentesi" già decisa negli anni '90

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Mario Monti e Silvio Berlusconi (Foto Imagoeconomica)  Mario Monti e Silvio Berlusconi (Foto Imagoeconomica)

Strano Natale e strano fine 2011 per l'Italia e per il mondo intero? A guardare le facce delle persone, e soprattutto dei personaggi che rappresentano le classi dirigenti , si direbbe di si. Però, se si ragiona con un minimo di freddezza, senza filtri ideologici, e si mettono in fila fatti, dichiarazioni di esponenti politici e analisi dei dati non c'è alcuna stranezza. Solo gli sciocchi e chi non vuole vedere la realtà potevano immaginare che il 2011 fosse l'anno della ripresa economica, anche se piccola e timida. Proprio nel gennaio del 2011, appena un anno fa, il Segretario al Tesoro americano, Timothy Geitnher, affermava ufficialmente che gli Stati Uniti, la più grande potenza del pianeta, potevano rischiare il collasso finanziario in conseguenza della crisi del 2007-2008. Quasi nessuno ci fece caso. In estate i conti hanno cominciato a farli tutti e oggi l'economia di tutto il mondo è di nuovo in frenata, tutte le stime di non crescita sono da rivedere al ribasso e intanto il sistema finanziario mondiale (o forse sarebbe meglio dire l'oligopolio finanziario mondiale gestore di questo sistema) non funziona più.

I due processi di deindustrializzazione e di finanziarizzazione, combinati insieme, che caratterizzano la cosiddetta società postindustriale, sono andati letteralmente in tilt come i vecchi flipper degli anni Sessanta. Aggiustarli con scrollate pesanti, oppure rimetterli in moto con pesanti iniezioni di monetine (liquidità stampata a tutto spiano) non sembra, sinora, la terapia giusta. Una persona ragionevole e moderata nei giudizi come l'economista Luigi Campiglio spiega che bisognerà pure rendersi conto, una volta per tutte, che siamo in una situazione paragonabile a quella degli anni Trenta, gli anni della “Grande Depressione”. Quello fu un periodo durissimo, collocato nel mezzo di due guerre mondiali. Eppure fu un periodo di grandi riforme, che permisero al mondo, dopo l'ultimo Dopoguerra, di risorgere dal baratro dalla follia.

La storia è oggi materia di studio spesso trascurata se non manipolata, ma una ripassata a quegli anni potrebbe servire a molti analisti e tuttologi che “predicano” nei consessi internazionali e scrivono sui grandi giornali di tutto il mondo. Il problema principale è il riordino, la riforma del sistema finanziario internazionale, altrimenti non si va da nessuna parte. Chi può fare una simile operazione? Qui la risposta coinvolge la politica, i protagonisti della politica mondiale, degli organismi internazionali e dei singoli Stati nazionali. E lo spettacolo che questi personaggi offrono non pare dei migliori. Ma lasciamo alla storia giudicare. Vediamo piuttosto che tendenze emergono in queste democrazie occidentali del ventunesimo secolo.

L'impressione è che le nuove ragioni economiche e finanziarie del mondo occidentale abbiano prodotto una classe transnazionale di tecnocrati che, per la loro supposta competenza, hanno l'ultima parola sulla stessa agenda politica. Non è ormai chiaro a tutti, dati alla mano, che i conti dello Stato siano quasi più importanti di una disoccupazione altissima che sta diventando quasi fisiologica? Se all'inizio degli anni Venti del secolo scorso una pressione fiscale al 20% era ritenuta intollerabile e se ancora negli anni Novanta si discuteva sulla tollerabilità o meno di una tassazione al 30%, come è possibile oggi accettare di pagare il 46% del reddito che ciascun cittadino produce? Non dovrebbero essere gli esponenti dell'arte politica a far funzionare, senza traumi una comunità stressata, oberata di tasse e balzelli? Le democrazie moderne non sono nate forse sul principio del "No taxation, without representation"?


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