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SCENARIO/ 1. Da Fini a Vendola è pronto “l’agguato” a Napolitano

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Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi (Foto Imagoeconomica)  Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi (Foto Imagoeconomica)

Comunisti e post-comunisti sono sempre stati delusi dai propri ingressi nella “stanza dei bottoni” conclusisi con ingloriosa uscita di scena: la defenestrazione del ‘47 da parte di De Gasperi, il rabbioso disimpegno di Berlinguer nel ‘79, il getto della spugna da parte di D’Alema nel 2000 (infatti, il tandem D’Alema-Veltroni, che ancora primeggia nella sinistra italiana, quando i due erano insieme, uno al governo e l’altro al partito, in quei tre anni collezionò solo sconfitte: alle regionali, alle europee, alle politiche).

 

Ancora una volta la sinistra va oggi all’attacco puntando a vincere non per programmi da realizzare. In effetti, se per due volte non ha retto una coalizione Prodi-Bertinotti, perché può promettere capacità di governo concreto un’alleanza ancor più eterogenea da Vendola a Fini? La sinistra può però tornare a giocare la carta “morale” avendo la possibilità di sfruttare debolezza, imprudenza, superficiali estremismi e rivalità personali nel centrodestra.

 

Torna così a dominare non la “sinistra di governo”, ma - proprio nell’anno di celebrazione dei 150 anni di storia nazionale - la sinistra “Altra Italia”, ovvero la sinistra giacobin-azionista-giustizialista che (con i suoi più autorevoli storici come Alberto M. Banti) torna a ripetere i giudizi di Togliatti del 1931 sul Risorgimento come prefigurazione del fascismo e indica l’Italia di Mussolini come figlia dell’Italia di Giolitti e madre dell’Italia di De Gasperi.

 

È la sinistra che vede come fatti positivi dal dopoguerra a oggi in Italia solo aborto e divorzio, inchieste giornalistiche e giudiziarie, lotte, movimenti, libri, canzoni e film. L’intera storia nazionale è per questa sinistra solo un seguito di “occasioni perdute” tra “restaurazioni capitaliste” e “illusioni riformiste”. È la sinistra che “si chiama fuori” dalla storia nazionale e si attribuisce il ruolo salvifico, di instaurazione di un regime morale contro la specifica assenza di moralità che caratterizzerebbe la storia nazionale.


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