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150 ANNI/ Così Napolitano cerca di "abbattere" il mito della superiorità della sinistra

Giorgio Napolitano (Imagoeconomica) Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

A guidare questo tipo di insegnamento è stata la storiografia dell’Insmli che ha come “credo” e “mission” quella che il suo presidente Giorgio Rochat sull’onda del ’68 definì la “lezione” del suo predecessore Guido Quazza e cioè: “La sottolineatura della continuità della società e della politica italiana da Giolitti a De Gasperi attraverso Mussolini: una continuità tra scelte moderate e nazionaliste, in cui la Resistenza rappresenta un momento di rottura democratica”.

Questa condanna dell’Italia repubblicana si è quindi aggravata e consolidata con la fine della “guerra fredda” negli anni novanta, quando si ebbe il terzo dopoguerra del Novecento e la conseguente nuova messa in stato d’accusa dell’intera storia nazionale precedente: dopo la “Vittoria Mutilata” del 1919 e la “Morte della Patria” del 1943, nel 1992, all’indomani della scomparsa dell’Urss, si ha “Tangentopoli” ed in Italia il dopo “guerra fredda” - come osservò Lucio Colletti - vede “sul banco degli imputati i partiti democratici e sul banco dei giudici i comunisti”. La fine della “Prima Repubblica” si traduce in un giudizio negativo che allinea insieme Italia liberale, fascista e repubblicana.

In realtà il patriottismo esiste tra gli italiani. Proprio perché abbiamo avuto dopoguerra non gloriosi, è a partire dalle ricostruzioni realizzate unitariamente, da Nord a Sud, che vi è un sentimento di appartenenza, di identità e di orgoglio. L’identità positiva, lo spirito di solidarietà, la ricerca di una competitività con storia, cultura e territorio comuni e specifici significa però avere una considerazione rispettosa dell’intera storia nazionale e, soprattutto, non vedere il mondo del lavoro come un girone infernale di sfruttati e profittatori, significa rendersi conto che lo sviluppo economico non è stato automatico e trainato, ma ha visto anche laboriosità e innovazione eccezionali.

Ciò è però inaccettabile per i cultori dell’Altra Italia che insegnano la storia d’Italia come una catena di “illusioni riformiste” e “conati autoritari”: un susseguirsi di regimi politici negativi  coltivando il mito delle “occasioni perdute”, del “paese mancato”, secondo cui le eccezionali ricostruzioni nazionali sono state infami restaurazioni capitaliste. Siamo un paese senza patriottismo perché insegnati con una storia nazionale di cui vergognarsi e in cui salvare solo - a macchia di leopardo - lotte, movimenti, ribellioni, inchieste giornalistiche e giudiziarie, libri, canzoni, film.