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MANOVRE/ Così il Pd si incarta sul "papa straniero"

Romano Prodi (Imagoeconomica) Romano Prodi (Imagoeconomica)


L’opposizione ha atteso in tutti questi mesi la sua grande occasione, l’“ora x” per dare una spallata risolutiva. In quest’ottica gli interlocutori continuavano a cambiare: Vendola, Fini, Casini e perché no, anche Bossi. La spallata però, ancora una volta, non è arrivata e ora bisogna ricominciare da capo su tutti i fronti: programma, leadership, alleanze. L’unica novità positiva per il centrosinistra viene dai sondaggi: l’asse Pdl-Lega non è più imbattibile. I punti che elencavo prima non sono comunque rimandabili, anche se c’è stato un momento preciso in cui l’alleanza con Casini era a un passo e aveva addirittura l’appoggio di Nichi Vendola.

Perché secondo lei non si è concretizzata?

È mancata, colpevolmente, un’iniziativa politica forte. Il Paese si è retto per più di un secolo sull’asse centro-sinistra, ma questo è potuto avvenire perché la classe dirigente della Prima Repubblica, nei due campi, seppe portare avanti con successo un’“offensiva” politica.  In poche parole: non si può aspettare che il potenziale alleato si risolva finendo di sfogliare la margherita…

E così a sinistra torna a farsi largo l’ipotesi di un “papa straniero” capace di tenere insieme una larga coalizione?

Esatto, anche se è un passo indietro della politica che fa davvero riflettere. Se infatti poteva avere senso per il Pds, partito di ex comunisti, cercare in Romano Prodi il proprio leader, ne ha ancora a quindici anni di distanza, dopo aver costruito il Partito Democratico? Perché quando si prova a immaginare un leader del centrosinistra capace di vincere le elezioni non viene in mente nessuno dei dirigenti democratici? E perché a Napoli gli elettori del Pd dovranno scegliere tra un ex prefetto e un ex magistrato?

Chiaro, ma il “ritorno” di Prodi sulla scena va letto davvero in questo senso o è più probabile che il Professore punti al Quirinale?