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FINE VITA/ 1. Binetti: una legge laica con riferimenti di ispirazione cristiana

Pubblicazione:martedì 8 marzo 2011

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Non accadeva da tempo che una legge riuscisse ad interpellare la coscienza di tutto il Paese, coinvolgendo persone diversissime tra di loro, a volte unite da uno stesso amore alla vita, ma altre volte inguaribilmente separate da una diversa concezione della libertà che segna un crinale drammaticamente conflittuale ed inconciliabile. Non è semplice comprendere cosa realmente unisca e cosa separi gruppi e persone nel disegno di legge sulle disposizioni in materia di alleanza terapeutica, consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento. Un ddl che tecnicamente è indicato con il N. 2350, ma che tutti conoscono come la legge sul testamento biologico. Un nome sbagliato, dal momento che con il testamento si danno disposizioni sulla destinazione di beni che ci appartengono, dopo la nostra morte e non prima. Un nome che la morte di Eluana Englaro ha fortemente impresso nella immaginazione di tutto il Paese.

 

La Legge

La legge raccoglie le dichiarazioni che una persona fa al suo medico di fiducia, dopo aver parlato con lui di vita e di morte, della possibilità di ammalarsi gravemente, fino al punto di andare incontro ad una disabilità, in cui il suo stato di coscienza può apparire del tutto assente. Medico e paziente, -forse nella stragrande maggioranza dei casi non si tratta neppure di pazienti-, immaginano delle situazioni che potrebbero verificarsi in un domani. Su uno scenario del tutto virtuale fanno delle ipotesi e prendono in considerazione le eventualità peggiori che si potrebbero verificare. Il clima della conversazione non può che essere amicale, la legge stessa parla di alleanza. Un’alleanza che ha un obiettivo ben preciso: la relazione di cura. Non a caso si parla di alleanza terapeutica; tra di loro non c’è alcuna contrapposizione, non c’è ombra di conflitto di interessi. Percorrono insieme un itinerario fatto di domande e di risposte, di interrogativi scientifici e di quesiti che hanno un forte impatto esistenziale.

 

A) Il colloquio medico-paziente. E’ un colloquio aperto che può richiedere tempi più o meno lunghi, perché le domande poste al medico richiedono la capacità di immaginare le emozioni che nascono davanti alla prospettiva della grave, e della gravissima disabilità cronica. Il medico sa di avere davanti una persona che sta immaginando come potrebbe vivere una possibile condizione di totale dipendenza dagli altri, in uno stato di non-coscienza o di minima coscienza, dove potrebbe sentire tutto senza essere capace di comunicare in modo chiaro con gli altri. Il medico nella sua lunga esperienza sa e comprende che quest’uomo pur facendo delle scelte in apparente totale autonomia, in realtà deve elaborare una serie di condizionamenti emotivi, di paure, di mostri interiori che attentano alla sua libertà, la irretiscono spingendola verso soluzioni solo che sembrano più facili ed accattivanti. L’uomo si trova ad un bivio in cui deve immaginare cosa vorrebbe fare in circostanze, che inevitabilmente gli appaiono ostili. Deve immaginare cosa farebbero i suoi familiari, di cui non ignora né la forza né la debolezza; ma deve anche provare ad immaginare cosa sarà in grado di fare la scienza in quel preciso momento. E’ un colloquio tutt’altro che formale quello che imbastisce con il suo medico di fiducia, una condizione che mette a nudo la sua anima, i suoi valori e le sue convinzioni, i suoi affetti e i suoi sentimenti. Probabilmente si chiede se i suoi vorranno prendersi cura di lui, nonostante sia diventato un peso o se invece lo abbandoneranno in qualche struttura, consegnandolo a mani estranee, forse altamente professionali, ma comunque prive di quel calore affettivo di cui nessuno può fare a meno.


Le informazioni che ci si scambia in quel momento non sono i dati asettici del linguaggio della scienza, quando parla con l’asciutta astrattezza dei numeri e delle statistiche. Sono dati che richiedono una interpretazione in cui il medico si mette in gioco per aiutare il paziente a immaginare nuove ragioni per vivere in modo diverso rispetto a quello vissuto fino ad allora. La loro alleanza non si gioca solo sul piano del dire, ma anche sul piano di un possibile fare insieme. Il medico può raccontare esperienze, sollecitare ad andare a vedere, a misurarsi con orizzonti di vita imprevisti fino a quel momento, sapendo che possono offrire nuove modalità per comunicare, per comprendere e farsi comprendere, per amare e farsi amare.


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COMMENTI
08/03/2011 - ottimo e chiarissimo questo articolo. Purtroppo .. (attilio sangiani)

anche in campo cattolico c'è chi ( come Agnoli,Palmaro,mons.Negri,...)si agita a favore di una "non legge",ritenendo che la legislazione penale vigente sia sufficiente per mettere al riparo dalla deriva eutanasica. Costoro non tengono conto di quanto è esposto chiaramente nell'articolo:1) la sentenza di Cassazione sul caso Englaro,che ha già avuto diverse applicazioni; 2)sul piano pratico,infatti, ha maggiore effetto la interpretazione che il sistema giudiziario dà delle norme di legge. Giudici collocati in posizioni-chiave,non solo in Italia,vanificano i divieti o i comandi,quando non siano spinti nel dettaglio. Il divieto di "uccidere il consenziente" viene aggirato con la sospensione della alimentazione,(liquida e solida),considerata "terapia",che l'ammalato o chi decide per lui,può rifiutare. Invece la alimentazione, con mezzi adeguati,come cannucce,sondini o altro,che si usano normalmente con i traumatizzati negli arti superiori o comunque incapaci di portare cibo alla bocca,è semplicemente "cura della persona",non "terapia",anche se praticata da personale medico o paramedico. Questo è il punto su cui la legge può veramente fermare la deriva eutanasica,Corte Costituzionale permettendo.....