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FINE VITA/ 1. Binetti: una legge laica con riferimenti di ispirazione cristiana

Pubblicazione:martedì 8 marzo 2011

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

B) Una buona legge per umanizzare la medicina. La legge sul fine vita tiene conto di tutto ciò e coglie il senso e la complessità di questa alleanza, che rilancia a tutto campo: in famiglia e con il fiduciario, oltre  che con il medico. Parla di solidarietà umana e di capacità di cura in contesti che non sono solo quelli professionali. Mette in evidenza una dimensione particolare dell’esistenza, quando ci appare più fragile, valorizza la ricchezza dei rapporti umani e la loro forza. Una proposta di legge che cerca di archiviare una volta per tutta le false soluzioni che una cultura individualistica e auto-referenziale si ostina a mostrare come le uniche plausibili. E’ una legge che dice un no chiaro e determinato all’eutanasia in tutte le sue forme, attive e passive, perché dice contestualmente un si forte ed appassionato alla relazione di cura, alla solidarietà umana che accetta di prendere su di sé la debolezza dell’altro per accompagnarlo per il tempo necessario fino al termine della sua vita. Senza anticipare la morte, ma senza neppure accanirsi ostinatamente per prolungare una vita che sembra giunta al suo capolinea.

 

Due culture a confronto

 

Nella legge in questione, al di là dell’articolato tecnico, si confrontano due culture, che stentano a trovare un punto di convergenza, nonostante le numerose occasioni di incontro e di confronto che si sono svolte nel lavoro delle commissioni, in occasione di convegni e seminari o più semplicemente nei tanti incontri, formali e informali, che ci sono stati in questi anni.

 

 - Nella posizione laica di ispirazione cristiana, il valore della vita si affianca al valore della libertà, considerata come una delle qualità principali dell’uomo, strettamente collegata al senso della responsabilità, dal momento che non c’è vera libertà senza responsabilità. E’ una posizione che riconosce alla vita umana valore in sé stessa, la considera degna di essere vissuta proprio in quanto vita umana, non per le sue capacità e le sue competenze. E chiede a tutti gli uomini di riconoscere questo valore e di sentirsi coinvolti nel tutelarla e nel proteggerla. In questa impostazione etica della responsabilità e etica della cura si intrecciano profondamente, come due facce di una unica medaglia che nella sua unità esprime il senso della nostra umanità. In questa concezione il valore della persona implica nello stesso tempo autonomia e relazionalità, interdipendenza e capacità di comunicazione, solidarietà e spirito di servizio.


 - Nella posizione laico-laicista, al centro c’è quel principio di autodeterminazione, che fa della libertà un valore assoluto, subordinando il valore della vita ad una serie di condizioni quali la percezione del benessere, la possibilità di agire in piena autonomia, definendo soggettivamente i parametri che rendono una vita più o meno degna di essere vissuta. E’ un approccio culturale in cui il bene viene filtrato attraverso un’ottica di tipo relativista, dal momento che ognuno deve poter dire cosa è buono e cosa non lo è; cosa reputa vero e cosa non lo sia. Al soggetto tutto deve essere consentito, anche il negare il valore della vita, se e quando questa perde qualcuna delle prerogative che lui reputa essenziali. Una posizione che si spinge fino al punto di considerare un diritto la possibilità di fissare i termini per la propria morte e quindi pretende dalle istituzioni l’aiuto necessario a tradurre in pratica questa volontà di morire, sia depenalizzando l’eutanasia, che arrivando addirittura a proporla come un bene, con dignità di cura.


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COMMENTI
08/03/2011 - ottimo e chiarissimo questo articolo. Purtroppo .. (attilio sangiani)

anche in campo cattolico c'è chi ( come Agnoli,Palmaro,mons.Negri,...)si agita a favore di una "non legge",ritenendo che la legislazione penale vigente sia sufficiente per mettere al riparo dalla deriva eutanasica. Costoro non tengono conto di quanto è esposto chiaramente nell'articolo:1) la sentenza di Cassazione sul caso Englaro,che ha già avuto diverse applicazioni; 2)sul piano pratico,infatti, ha maggiore effetto la interpretazione che il sistema giudiziario dà delle norme di legge. Giudici collocati in posizioni-chiave,non solo in Italia,vanificano i divieti o i comandi,quando non siano spinti nel dettaglio. Il divieto di "uccidere il consenziente" viene aggirato con la sospensione della alimentazione,(liquida e solida),considerata "terapia",che l'ammalato o chi decide per lui,può rifiutare. Invece la alimentazione, con mezzi adeguati,come cannucce,sondini o altro,che si usano normalmente con i traumatizzati negli arti superiori o comunque incapaci di portare cibo alla bocca,è semplicemente "cura della persona",non "terapia",anche se praticata da personale medico o paramedico. Questo è il punto su cui la legge può veramente fermare la deriva eutanasica,Corte Costituzionale permettendo.....