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Politica

SCENARIO/ Tremonti-Lassini, le due "facce" di un Berlusconi diviso

Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi (Ansa)Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi (Ansa)


Gli errori politici commessi a inizio di una legislatura che gli ha tributato una maggioranza senza precedenti arrivano dunque al pettine, forse in maniera irreversibile. Il grande successo elettorale per quella che doveva essere una legislatura costituente conteneva un vulnus di cui Berlusconi o qualche consigliere meno compiacente si sarebbero dovuti rendere conto. Non c’era in Parlamento l’autosufficienza dei due terzi per fare quelle riforme incisive necessarie al Paese, ma anche al Silvio Berlusconi imputato. E non c’era, malgrado tutto, nel Paese una maggioranza, dal punto di vista sociale e aritmetico, in grado di assecondare con un referendum confermativo riforme adottate con un quorum minore in Parlamento.

Tecnicismi direte voi, ma è esattamente su questo punto che si è andata ad arenare la barca della maggioranza. In questa situazione sfilacciata, infatti, su ogni questione per il premier e per la sua maggioranza si sono poste nel tempo due alternative: o arroccarsi, motivando i propri tifosi nel blocco sociale e politico più significativo presente nel Paese (Pdl e Lega) o abbassare i toni con intento inclusivo nei confronti di altre aree più moderate o che ingrossano le fila degli esasperati da questa politica guerreggiata.

Di fatto, proprio la crescente quota di astenuti rende più facile per una minoranza strutturata e organizzata (intorno al 40%) vincere ogni competizione elettorale. Ma l’esito è disastroso, questa minoranza aritmetica che diventa maggioranza elettorale e politica (legittimamente) altrettanto legittimamente non ha i numeri per fare le riforme. È questa situazione che produce da un lato i dilettanti allo sbaraglio che intendono ergersi a paladini del berlusconismo e dall’altro i Tremonti necessari alla tenuta di un Paese che vacilla pericolosamente. Il Parlamento si balocca in un’apparente inconsapevolezza della drammaticità della situazione (in realtà lontani da telecamere e microfoni in molti se ne mostrano consapevoli, ma si guardano bene dal dirlo ufficialmente). Il Paese invece, che ne è consapevole, ma anche esterrefatto, non vede né è in grado di fornire alternative. Salvo a inscenare qualche improbabile manifestazione di protesta con lanci di monetine persino svogliati addirittura (se avete visto le immagini) scegliendo quelle di minor valore: non c'è nanche più l'indignazione di una volta.

Ad alti livelli si percepiscono grandi manovre in corso: la Marcegaglia che attacca il governo che l’ha lasciata sola e così rinsalda l’amicizia con il “nemico” Montezemolo, che queste critiche le porta avanti da tempo. Della Valle, che ha sempre legnato contro il governo, che si dà a un attivismo sempre maggiore promettendo a spese sue, fra l’altro, di restaurare il Colosseo.
Dove vogliano andare a parare e se vogliano farlo insieme non è ancora chiaro, ma lo capiremo nei prossimi mesi, per ora tocca registrare l’apertura di Pier Ferdinando Casini (che vuol dire anche Caltagirone), non casualmente sul Corriere della Sera, all’ipotesi Montezemolo.


COMMENTI
23/04/2011 - (contnuo) (celestino ferraro)

Se non vogliamo fare la fine della Grecia, dell’Islanda, dell’Irlanda, della Spagna, del Portogallo (edotte dal fallimento argentino), non possiamo che plaudire all’azione risparmiatrice del nostro Tremonti (riconosciuta validissima dalla comunità internazionale), e stigmatizzare l’estemporaneità di qualche ministro che rivendica una spesa più facilona là dove la razionalità di certi interventi sarebbe sufficiente ad equilibrarla per ciascun dicastero. Certo, le clientele premono, il ministro si preoccupa della fase elettorale e sa bene che se le ruote non sono ben unte, il carro non procede e una splendida carriera potrebbe finire fra i dì che furono con grande nostalgia. Ma non sarebbe diverso se lo Stato fallisse e Galan (e colleghi) dovesse dar conto della sua sprovvedutezza. Celestino Ferraro

 
22/04/2011 - ci vuole un'italia (francesco taddei)

non è solo una questione di conti! il cosiddetto bene pubblico non si raggiunge senza un'idea di comunità del popolo italiano. e ciò sottintende merito, responsabilità per chi fa bene e pene per chi spreca. o così o non se ne esce. non basterà fare meglio i conti senza un'idea di comunità di destino.

 
22/04/2011 - Berlusconi affannato paciere (Galan contro Tremont (celestino ferraro)

Un certo infantilismo economico contagia la presunzione di alcuni ministri, si sentono in diritto di reclamare coram populo il loro dissenso nei confronti del ministro Tremonti. La politica economica di questo Quintino Sella del XXI secolo, li costringerebbe a stringere la scarsella dei loro budget ministeriali per neghittosità del Tesoro. Una lotta sorda contro il ministro scorre carsica e in superficie, e sembra quasi che Giulio Tremonti goda come un invasato quando può sforbiciare i conti dei vari ministeri. Insomma, lo sballo dei conti dello Stato sarebbe un’invenzione di Tremonti e i colleghi del Consiglio dei Ministri ostentano una sicumera politica che accusa il “despota” di quella insensibilità sociale che li costringerebbe a piatire i foraggiamenti per le loro necessità di spesa. È certo che l’importanza di un ministro si misura dal budget che è in grado di manovrare. Nessun ministro con portafoglio è disponibile a essere rigoroso con le sue spese e le ristrettezze imposte dal Tesoro sembrano il capriccio di un economista che vuol farsi bello nei confronti della Comunità Europea. Non mi pare che si possa essere buoni ministri se non ci si è resi consapevoli che i conti dello Stato sono sull’orlo del fallimento. Un debito elefantiaco fagocita oltre 50 miliardi di euro all’anno di interessi. Se non vogliamo fare la fine della Grecia, dell’Islanda, dell’Irlanda, della Spagna, del Portogallo, non possiamo che plaudire all’azione del nostro Tremonti, e stigmatizzare