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ELEZIONI/ 2. Così il suicidio del Pd regala l'Italia a De Magistris

Luigi De Magistris (Foto Imagoeconomica) Luigi De Magistris (Foto Imagoeconomica)

Lo stesso Giuliano Pisapia a Milano, persona corretta e “per bene” (anche se Bendetto Croce, nei suoi riferimenti alla politica, non lo riteneva il valore decisivo) sembra il mediatore tra la sinistra di Nichi Vendola (poeta un poco falso di un comunismo dove l'unico cattivo era Stalin), una congerie di “poteri forti” in contrasto con Berlusconi e le aree più disparate dei movimenti alternativi, tra cui c'è chi si oppone all'Expo, come alla Tav.
A ben guardare, più che una svolta epocale, il risultato di questi ballottaggi sembra segnare un “salto nel buio” con tutti i miasmi e le contraddizioni che hanno contrassegnato questi ultimi 18 anni di vita politica italiana. Ma se si guarda in controluce, si può vedere che si è definitivamente consumata la rottura tra classi dirigenti e istanze popolari decretata dal sessantottismo, con una cesura che non pare più rimarginabile. Si può dire tranquillamente che questo clima lo abbia creato anche lo schematismo e il decisionismo, sia quello  berlusconiano che quello della Lega,  che si sono mossi spesse volte come degli elefanti in cristalleria e che in fatto di schematismo politico non scherzano affatto. Ma non c'è dubbio che una responsabilità, se possibile maggiore, la abbiano oggi i partiti di sinistra, quelli che dovevano elaborare un progetto politico alternativo, innovativo, lasciandosi alle spalle quasi un secolo di falsa ideologia.
Invece è dal 1994 che i postcomunisti e i loro alleati catto-comunisti sembrano avere imboccato la strada del “tanto peggio, tanto meglio”, con una opposizione ottusa e senza prospettive concrete. Da quando la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto del 1994, con la tavola completamente apparecchiata, si è vista sfilare sotto gli occhi la tovaglia dall'abilità propagandista e televisiva di Silvio Berlusconi, gli “orfani” del comunismo sono andati totalmente in tilt.