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IL COMMENTO/ Pontida amara per Bossi, scavalcato dalla sua base

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Il dopo Pontida  Il dopo Pontida

il trasferimento di quattro ministeri (come mai tutti e quattro nella sola Lombardia?), che non assicurerà comunque un funzionamento migliore, perché il problema sta nel tagliare le un ghie alla burocrazia non nel cambiare le sedi.

      Sono rimasti inevasi i temi di fondo, a partire da una politica economica che garantisca insieme riduzione del debito, diminuzione delle tasse e rilancio dello sviluppo. Entro l’autunno dovremo spiegare all’Europa con quali concrete misure intendiamo rispettare l’impegno del pareggio di bilancio nel giro di tre anni. E non  basterà certo sottrarsi alla guerra in Libia (che comunque ci vedrà coinvolti almeno per i prossimi 90 giorni, lo vogliamo o no), sforbiciare gli stipendi dei dipendenti del Parlamento, e il solito toccasana della riduzione delle auto blu, annunciata e mai attuata dai tempi dei primi motori a scoppio. Bossi rimane di fronte alla scelta di fondo se davvero restare al rimorchio di Berlusconi fino al 2013, rischiando di finire a fondo insieme; oppure tagliare il cordone che lo lega a lui e navigare per conto proprio, tornando a fare il megafono della protesta ma senza contare politicamente: come dal 1996 al 2000. Oggi come oggi, non pare orientato a mettersi col centrosinistra (“non possiamo mandare il Paese in  malora”, ha spiegato a Pontida); il quale d’altra parte gli ha dato un’involontaria mano con la sua ormai abituale vocazione al suicidio, mettendosi a litigare sul rapporto da tenere con il Carroccio proprio alla vigilia del raduno.

      Che fare? Galleggiare, per il momento. Il punto è: fino a quando? Meglio tirare a campare che tirare le cuoia, spiegò un giorno l’astuto Andreotti. Ma erano altri tempi.

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