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SCENARIO/ Finita l’era Bossi, chi la spunterà tra "cerchi magici" e colonnelli?

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Umberto Bossi e Roberto Maroni (Imagoeconomica)  Umberto Bossi e Roberto Maroni (Imagoeconomica)


A Berlusconi, dal prato di Pontida, Bossi ha sottoposto un memorandum in dodici punti dall’eloquente titolo “Fatti in tempi certi”. Quarantott’ore dopo, in Parlamento, il Cavaliere si è limitato a dargli una simbolica pacca sulla schiena proclamandolo “amico mio”, ma non ha preso un solo impegno concreto. Subito dopo, il Capo ha incassato il secco no di 49 suoi deputati su 59 alla riconferma di Reguzzoni come capogruppo; e per tutta risposta li ha sconfessati, per giunta minacciando l’ennesima epurazione, stavolta nei confronti della figura più amata dai padani (vedi Pontida), vale a dire Maroni.

Bossi insomma continua a comportarsi da monarca assoluto; così come ha fatto quando ha promosso sul campo (facendolo profumatamente pagare a spese del contribuente) un figlio cui si fa già un complimento a definirlo mediocre: si fosse chiamato Brambilla o Schiavon, nella Lega non avrebbe fatto neanche il consigliere di quartiere supplente. Così si è alienato quote consistenti di una base che comincia a chiedersi se il  Capo non stia cominciando a dare i numeri; e se dopo un quarto di secolo non sia il caso di pensare alla sua successione, senza delegarla a un pugno di pretoriani scelti più per la loro fedeltà che per la loro capacità: qualcuno ha dei dubbi nello stabilire chi abbia più doti politiche tra Bobo Maroni e Rosi Mauro?

Bossi ha ciccato di brutto sulla battaglia per i ministeri al nord, cosa che ai suoi non fa né caldo né freddo, come dimostra sempre il sondaggio di Mannheimer. E per curiosità, quante firme ha raccolto nei gazebo di Pontida sulla questione, alla faccia delle ripetute esortazioni dal palco? Tra qualche giorno si incarterà l’ennesima sbruffonata sui rifiuti di Napoli, accettando o subendo la scelta di Berlusconi; e il termometro del suo gradimento interno alla Lega subirà un altro sbalzo.

Tutto lascia credere in realtà che il dopo-Bossi sia di fatto cominciato, anche se conoscendo il carattere e l’autostima del personaggio non sarà certo lui a fare un  passo indietro. D’altra parte, un suo ritiro oggi è impensabile, e nessuno nel Carroccio lo chiede davvero. Basterebbe ai suoi che capisse che non può continuare a considerarsi per l’eternità un uomo solo al comando, circondato da fantaccini addestrati solo al signorsì. E che faccia tesoro, magari, di una vecchia e saggia massima di un autorevole teologo anglicano, William Ralph Inge: un uomo può anche costruirsi un trono di baionette, ma non ci si può sedere sopra. Provare per credere.



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