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SCENARIO/ 1. Forte: Tremonti perde e "svolta" a sinistra

Doveva essere la resa dei conti, ma il vertice di ieri tra Tremonti, Berlusconi e Bossi si è concluso con un sostanziale accordo in vista del Cdm di giovedì. L'intervista a FRANCESCO FORTE

Berlusconi e Tremonti alla Camera (Imagoeconomica) Berlusconi e Tremonti alla Camera (Imagoeconomica)

Doveva essere la resa dei conti. Dopo le accuse incrociate dei giorni scorsi girava addirittura voce che Tremonti si sarebbe presentato a Palazzo Grazioli con le dimissioni in tasca. Altri invece prevedevano la sua cacciata. Il vertice di ieri si è però concluso con un sostanziale accordo tra le parti, in vista del Consiglio dei Ministri di giovedì. «Il ministro dell’Economia - dice a IlSussidiario.net Francesco Forte, economista e già ministro delle Finanze - è tornato al ruolo che gli compete dal tempo del Re Sole in poi, che cito perché Tremonti un po’ colbertista lo è. D’altronde, la convergenza tra l’elettorato del Pdl e quello della Lega sulle tematiche fiscali lo ha costretto ad abbandonare quel ruolo di mediatore e di arbitro che si era costruito in quanto garante dell’asse tra i due partiti. Oggi è spiazzato. Le sue dimissioni non significherebbero più la rottura di un asse, ma soltanto la dimostrazione che non è più disposto a discutere con i suoi capi».

Umberto Bossi si è mostrato parzialmente soddisfatto, ma ha annunciato comunque di aver ottenuto la modifica del patto di stabilità per i comuni virtuosi.

I tagli lineari ai comuni, senza distinzioni, rappresentano certamente un grave errore. Detto questo, è importante che si recuperino i mezzi che vengono concessi ai comuni virtuosi e che si inizi a privatizzare. Il ministro dell’Economia ha però dimostrato, tramite la Cassa depositi e prestiti e altri strumenti, di essere contrario. D’altronde da qualche tempo rappresenta l’ala sinistra del centrodestra.

Cosa intende dire?

La sua impostazione dell’economia sociale e di mercato dal punto di vista teorico ammette e sostiene rilevanti strumenti di intervento pubblico nell’economia. Si veda ad esempio quelli che ha attuato con la Banca del Sud o con il nuovo veicolo finanziario che dovrebbe intervenire nella gestione delle imprese per rafforzarle ed accrescerne il capitale. Lo stesso discorso vale poi se si parla di politica tributaria della famiglia.

Ci spieghi meglio.


COMMENTI
29/06/2011 - LA MANOVRONA DI GIULIO (2) (celestino ferraro)

Già il primo governo Amato ci salassò di novantamila miliardi che tapparono la falla aperta nel deficit dei conti pubblici. Estate bollente del 1992, la patrimoniale di Amato deve sopperire allo smacco dello Sme dal quale uscimmo per inadempienza contrattuale, la lira subisce una svalutazione violenta ad opera di George Soros “gnomo” autorevole della finanza internazionale. L’undici luglio del 1992 Amato praticò un prelievo forzato sui conti bancari degli italiani pari al 6 per mille: un’appropriazione indebita nel nome della PATRIMONIALE. Non c’è da credere che le “pensioni d’oro”, di cui gode “Dottor Sottile” (nomignlo affibbiatogli da Eugenio Scalfari), abbiano subito qualche decurtazione in conseguenza di questa stretta di freni che avrebbe dovuto rimpinguare le casse vuote dell’Erario. La storia si ripete, e la “vergine Bersani” ripete a menadito la poesiola già recitata 19 anni fa: patrimoniale! È il grido che rinfranca le masse proletarie prive del lavoro; non importa se l’età pensionabile va al di là della vita e il precariato corrode ogni speranza di benessere. “Sic transit gloria mundi”, ma pochi ne son convinti. Celestino Ferraro

 
29/06/2011 - LA MANOVRONA DI GIULIO (celestino ferraro)

La situazione economica del Paese è pesantissima, il fallimento del nostro debito sovrano segue di pari passo quello di altri paesi che già ci hanno preceduto o stanno lì lì per fallire: il conto alla rovescia si è avviato. Del resto, bisognava pur che la resa dei conti ci fosse richiesta, dopo decenni di vacche grasse messe al pascolo nella prateria dei debiti che finanziano i debiti (popolarmente, “solco copre solco”), mi pare logico che il redde rationem ci fosse imposto. La demagogia dei governanti politicamente progressisti, ci aveva persuasi che la vita comoda, con la minestra scodellata fumante al mezzodì e sul calar del sole, fosse un diritto inalienabile i cui postulati non si discutevano per volubilità della sorte. “Diritto alla vita, diritto alla libertà, diritto all’informazione, diritto al benessere”, diritti in una partenogenesi di diritti la cui altra faccia erano e restano sempre i diritti: la democrazia di una moderna babele proiettata verso la cuccagna eterna.