Politica
venerdì 8 luglio 2011
Ci sono economisti laureati - alla Montale - molto più bravi di me, i quali hanno già scritto e scriveranno con acribia ed equilibrio sulla manovra governativa. Io voglio far qui solo alcune considerazioni generali per collocare la manovra in un contesto specificamente italiano e trarne le conseguenze inevitabili.In primo luogo l’Italia è una nazione a bassissima crescita economica da più di un decennio. E a ciò si accompagna un debito pubblico elevatissimo senza che siano intercorsi, in questo lasso di tempo, consistenti interventi dello Stato imprenditore; anzi, abbiamo privatizzato, anche se senza liberalizzare. Le entrate fiscali non solo non consentono di limitare e tanto meno abolire progressivamente il debito pubblico ma soprattutto - e questo è l’asse essenziale del mio ragionamento - vieppiù incrinano la crescita.Non possiamo avere dubbi: un Paese non cresce con un carico fiscale superiore al 40%: lo dice tanto la teoria quanto la storia economica. In Italia, soprattutto sulle imprese e sul lavoro autonomo, che è divenuto uno dei punti focali della nuova configurazione occupazionale, il carico fiscale supera amplissimamente questa percentuale. Essenziale è ridurre le tasse in forma drastica: solo una cura alla Thatcher e alla Reagan ci può salvare. Certo: una cura concentrata nel tempo, breve e intensa, pena la distruzione del Paese, come è avvenuto, per esempio, nell’Argentina menemista e, per quanto riguarda le infrastrutture, in parte anche negli Usa.Seconda considerazione: il debito pubblico crescerà per via di questa diminuzione delle entrate; ma per pochi anni, poi il sistema respirerà e ricomincerà a crescere. Nel mentre occorrerà lottare contro l’evasione e valorizzare la tenuta del debito sul fronte del risparmio, incentivando gli italiani ad acquistare i titoli di stato, così come occorre fare anche nei confronti degli investitori esteri.
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