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SCENARIO/ Cosa si nasconde dietro la guerra sui ministeri al Nord?

Umberto Bossi inaugura i ministeri a Monza (Imagoeconomica) Umberto Bossi inaugura i ministeri a Monza (Imagoeconomica)


La Lega governa a Roma, in due Regioni e in centinaia di Comuni. Ma proprio quando era attesa alla prova del cambiamento ha fatto cilecca, quanto meno a livello nazionale. Ha dovuto ingoiare massicci aiuti a Comuni non certo virtuosi del sud. Si è piegata a votare assieme agli alleati del Pdl la curiosa tesi di una Ruby nipote di Mubarak. Ha puntato i piedi su una serie di questioni-chiave, dalle missioni all’estero ai rifiuti di Napoli, ma ha dovuto accontentarsi di sbiaditi compromessi. Ha fatto passare per una rivoluzione istituzionale la sistemazione di tre scrivanie a Monza, ma non ha evitato il fermo stop del Quirinale. Ha presentato una riforma costituzionale sulla quale è scattata subito la commedia degli equivoci con lo stesso capo del governo. Sulla vicenda Papa, dove pure ha tentato di smarcarsi da Berlusconi, ha messo in scena il balletto del sì-no-forse, con un Bossi inedito singolarmente ridotto al ruolo di Re Tentenna.

Deve fronteggiare il malumore crescente della propria base; e siccome quando piove piove, si è trovata pure a dover far fronte all’ennesima delirante esternazione di Borghezio, prova vivente dell’annotazione di Leo Longanesi a proposito del fatto che essere intelligenti non è un obbligo. Fra tre mesi, quando scadrà la sospensione inflittagli dal Carroccio, il personaggio si asterrà da analoghi squallidi bis? Dubitarne è lecito.

Sullo sfondo sta una situazione interna alla Lega fin troppo evidente, con un Bossi visibilmente stanco e appannato, forse all’inizio di un lungo, ma inesorabile, viale del tramonto che richiama alla mente l’autunno del patriarca così magistralmente descritto da Garçia Marquez. La storia insegna che attorno ai leader in declino, specie quando hanno esercitato il loro ruolo in blindata solitudine, fermenta una lotta di successione spesso perfida, in cui tra i primi a sgomitare sono i mediocri.

Quale sarà l’esito del dopo-Bossi, nessuno oggi è in grado di dirlo. Ma che accanto ad alcune figure di rilievo si stiano già dando da fare gli epigoni della mediocrità, è fin troppo evidente. Inclusi i fantocci di cui si servono per cercare di farsi largo.

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COMMENTI
01/08/2011 - L'intelligenza bossiana (Salvatore Ragonesi)

Mi piace lo stile garbato ed elegante di Francesco Jori,al quale non fa certo difetto né l'ironia né la cultura,impiegata questa, purtroppo,inutilmente a spiegare cosa si possa nascondere dietro la guerra dei ministeri al Nord.La risposta è semplice e l'Autore dell'articolo lo sa bene:il trasferimento delle sedi ministeriali nasconde una normale dose di mentalità clientelare.Il grande Longanesi avrebbe detto che romani o napoletani o padani,in questo mondo degli inganni politicistici e della prepotenza machiavellica,sono la medesima cosa.Non vi è alcuna differenza nella furbizia.La cosa grave è che si vuole colpire l'intelligenza degli italiani quando si crede o si vuol far credere che Bossi è un Uomo di Stato e che gli altri leghisti sono "gli epigoni della mediocrità".L'intelligenza non va confusa con la spavalderia paesana.