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Politica

ANTICIPAZIONE/ Amato: oggi neanche la mia maxi-manovra salverebbe l'Italia

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

È difficile fare una riforma fiscale nei momenti di magra, affidando ad essa la soluzione del problema del contenimento della spesa pubblica. Nei lunghi anni in cui Berlusconi ha avuto la responsabilità del governo ci sono stati momenti migliori di questo, ma non s’è visto nulla. Aggiungo che non solo abbiamo un problema di spesa pubblica che dobbiamo risolvere grattando l’osso, ma abbiamo anche un contesto europeo e mondiale molto più tempestoso e problematico di quello del ’92.

Parliamo di riformismo. La sinistra oggi in Italia può tornare ad avere una visione senza essere visionaria?

Ho imparato da Pietro Nenni che se le riforme non provocano un po’ di sacrificio nel presente, non sono riforme, ma qualcos’altro. Il punto chiave è che le riforme servono a costruire un futuro migliore, ma bisogna dirselo senza infingimenti. Se lei riesce a trovarmi un futuro migliore al quale si arriva senza sacrificare nulla del presente, ha inventato una macchina che i politici inseguono da millenni, ma credo che sia una macchina immaginaria. Allora, un po’ di visione serve. È quella che dà la capacità di convincere gli altri a sacrificare un po’ dell’io di oggi, in nome dell’io e del noi di domani.

Nenni aveva il problema di passare dall’agitazione popolare al governo, e quindi dalla piazza allo stato. Questo non generò in qualche modo l’illusione che tutto si potesse fare attraverso lo stato?

Sì. È esattamente questo il limite di quel riformismo, perché il noi dal quale il troppo io di oggi può essere coinvolto non è il noi che diventa subito stato, ma il noi che diventa società viva, nella quale il bene comune viene vissuto come tale e non come bene solo pubblico.

Il Pd è capace di una politica realmente riformista?

È una domanda difficile. Vedo una perdurante difficoltà a fondere i filoni del vecchio riformismo in un nuovo riformismo adatto al nostro tempo. Di buono, c’è che continua a vedere una scommessa in quella direzione. Io sono tra quelli che hanno più insistito sull’importanza storica di ricongiungere le matrici originarie del riformismo socialista e del riformismo cattolico divisi dalla storia del passato, ma che in futuro non hanno alcuna ragione di star divisi. Devo ammettere che il futuro tarda a cominciare, e per certi versi si può anche spiegare perché mettere insieme uomini, donne e organizzazioni non è come fare una combinazione chimica in alambicco.

Una riforma elettorale seria non sarebbe la prima cosa da fare per dare nuova credibilità alla classe politica?