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Politica

ANTICIPAZIONE/ Amato: oggi neanche la mia maxi-manovra salverebbe l'Italia

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

Un’élite cessa di esser tale quando letta una notizia di agenzia che dice che sette su dieci dei suoi elettori hanno storto il naso davanti a una riforma, si blocca.

L’Italia contemporanea è il frutto di una tradizione composita: cattolica, liberale, socialista, comunista. Ma quanto valgono oggi le «azioni» di questi «soci»?

Quelle componenti sono effettivamente i veri, primi azionisti della «società Italia», intesa come la società dei più e non come la società dei pochi, e se è vero che il radicamento a largo raggio dell’identità italiana cominciò ad avvenire solo all’inizio del secolo XX, e questo lo dobbiamo ai movimenti socialisti e cattolici, che seppero allargare la base sociale del paese. Quelle azioni soffrono, ma è un investimento che vale la pena.

In che senso, scusi?

L'eredità migliore di quelle identità sta nel fatto che quei soci, per rimanere nella metafora, seppero organizzare i diritti degli esclusi non attraverso lo stato, ma attraverso la creazione di formazioni intermedie che li rappresentassero e li facessero valere. L’esperienza delle cooperative per esempio, bianche e rosse, è una straordinaria esperienza storica, la madre di tante altre esperienze del nostro tempo di impronta sussidiaria.

Anche la Lega può entrare a far parte delle realtà popolari che hanno fatto la nostra storia?

Vede, la Lega è in effetti un movimento politico del nostro tempo, spiegato dal nostro tempo, ma ciò che ha di non buono - permetta di metterla così - è venuto prevalendo su ciò che aveva di bene.

Si spieghi, professore.

La Lega è inizialmente il movimento orgoglioso di coloro che vogliono crescere da sé senza l’incombenza dello Stato. Uno dei simboli della Lega degli inizi è l’operaio diventato piccolo imprenditore, del Nord, che fa tutto da solo e che guarda con disprezzo l’imprenditore assistito, quello che lavora coi soldi dello stato. È un atteggiamento che promuove un futuro, al tempo stesso però è alla base di quello che io considero il male del nostro tempo.

Ovvero?

Quello per cui tanti assoluti sono diventati relativi, e l’unico assoluto rimasto è l’io.

(Federico Ferraù)

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