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J'ACCUSE/ Pansa: la fine dei giornali, "carta straccia" al soldo dei potenti

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Giampaolo Pansa e la "crisi" dei giornali (Imagoeconomica)  Giampaolo Pansa e la "crisi" dei giornali (Imagoeconomica)


Ma questa sfiducia che lei ha colto nella gente deriva da quella che in “Carta Straccia” viene descritta come la trasformazione dei quotidiani in “fogli militanti”? «Direi di sì. D’altra parte se ripenso alla mia esperienza professionale sono convinto di una cosa: il fatto di non aver mai aderito a nessun partito mi ha aiutato molto in questo mestiere. Mi ha permesso di osservare l’ambiente della politica con un occhio più distaccato.
Qualcuno magari mi accuserà di qualunquismo, ma la mia è più una sana “sfiducia” negli esseri umani, a cominciare da me, naturalmente. La consapevolezza che, seppur figli del Padreterno, siamo portati a sbagliare. Di semidei non ne ho ancora conosciuti».

In un altro passaggio, propone una tesi interessante: quando il giornalismo diventa militanza e la realtà viene letta con le lenti dell’ideologia “non si va più per il sottile” e si commettono molti più errori. È davvero così? «Se un quotidiano si dà come “mission” quella di attaccare un governo o di favorirne un altro significa che qualcosa non va. Sarò un anarchico, seppur mite, ma chiunque può verificare quello che dico andandosi a rileggere i giornali degli ultimi anni.
Riguardo agli errori, nel mio libro faccio un lungo elenco di quelli più incredibili, in buona e cattiva fede. C’è da restare a bocca aperta.».

Ma la situazione era così diversa quando lei iniziò? «Direi proprio di sì. Innanzitutto c’era il "boom economico". Di conseguenza i giornali andavano alla grande, così come le aziende, e di conseguenza, la pubblicità. La prima preoccupazione dei direttori era quella di non perdere lettori e questo escludeva a priori la possibilità di “parteggiare”.
Non è un caso che io non abbia mai saputo quali fossero le simpatie politiche del mio primo direttore a La Stampa di Torino, Giulio De Benedetti. Certo, visto che dirigeva il quotidiano della Fiat non sarà stato un rivoluzionario ed essendo un ebreo sfuggito ai tedeschi, non avrà avuto simpatie per i fascisti. Di certo però non ha mai sventolato nessuna “tessera numero uno” di questo o quel partito».



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