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ANTICIPAZIONE/ Vietti (Csm): la riforma della giustizia? Vale più di mille tagli...

Pubblicazione:mercoledì 24 agosto 2011 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 24 agosto 2011, 11.18

Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Imagoeconomica) Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)


Il Capo dello Stato, proprio al Meeting di Rimini, ha invitato tutti a maturare la consapevolezza che il tema della giustizia va affrontato in un’ottica di interesse generale.
La giustizia non può essere, infatti, una clava da blandire contro i propri avversari politici. D’altro canto, ho molto apprezzato la moderazione e la pacatezza con cui il Consiglio superiore della magistratura ha reagito agli attacchi, talora virulenti, ricevuti dalla politica in questi mesi.
Mi auguro quindi che ciascuno dei protagonisti, alla luce anche della crisi economica che il Paese sta attraversando, possa convergere su soluzioni pragmatiche, serie e non dettate da pregiudizi ideologici. Nessuno può permettersi di confondere la riforma della giustizia con un “regolamento di conti”.

Il clima politico degli ultimi mesi ha ricordato a molti la stagione di Tangentopoli. Sarebbe auspicabile secondo lei, nonostante i forti venti di anti-politica che spirano, l’introduzione di una forma di immunità che impedisca di vedere periodicamente la politica “sotto scacco”?

Non credo che l’opinione pubblica, in questa fase, comprenderebbe l’introduzione sic et simpliciter di un privilegio immunitario, anche perché abbiamo una legge elettorale che rende i parlamentari dei “nominati” e non degli “eletti”.
D’altra parte non c’è dubbio che l’idea dei costituenti di introdurre una sorta di ammortizzatore tra l’esercizio dell’azione penale e la funzione parlamentare rispondeva alla logica di evitare la frizione e la contiguità diretta tra queste due attività. Oggi però la politica è chiamata a una scelta diversa.

Quale?

Quello dell’autoriforma. La politica deve darsi un “codice etico” a un livello superiore rispetto alla rilevanza penale. Non è immaginabile che i due livelli coincidano. In questo caso, infatti, la censura dei comportamenti della politica verrebbe consegnata ai magistrati.
Questo, ovviamente, richiede uno sforzo di rigore etico e morale ai suoi componenti.
A mio avviso, solo quando la politica avrà fatto questo passo sarà possibile ripensare a qualche modifica dell’esercizio penale dei parlamentari.

Anche dai magistrati è giusto attendersi un passo in avanti, magari riguardo alla loro responsabilità civile?
  


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