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ANTICIPAZIONE/ Vietti (Csm): la riforma della giustizia? Vale più di mille tagli...

Pubblicazione:mercoledì 24 agosto 2011 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 24 agosto 2011, 11.18

Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Imagoeconomica) Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, con il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

«La giustizia è un elemento fondamentale della competitività di un Paese». Lo ribadisce a IlSussidiario.net il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, quest’oggi ospite del Meeting di Rimini. «La competizione infatti non riguarda soltanto le imprese, ma anche gli ordinamenti. Laddove saranno lenti e con una scarsa efficacia sanzionatoria non eserciteranno alcuna attrattiva agli occhi degli investitori, che si sposteranno inevitabilmente verso sistemi ordinamentali più flessibili, agili e affidabili».
Mettere mano al malfunzionamento della giustizia italiana perciò non è soltanto una questione di principio. Non averlo ancora fatto, come ha ricordato il Governatore della Banca D’Italia, Mario Draghi, ci costa un punto di Pil. Un lusso inaccettabile in questi tempi di crisi.
«Le modalità operative – prosegue Vietti – sono di competenza del Parlamento e del governo. Dal mio osservatorio privilegiato, mi permetto però di avanzare alcune proposte. Nel momento in cui vengono chiesti grandi sacrifici ai cittadini, introduciamo nel pacchetto della manovra dei provvedimenti che siano acceleratori, almeno della giustizia civile».

Che tipo di provvedimenti propone?

Come ha già sottolineato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, occorre innanzitutto ridisegnare la nostra “geografia giudiziaria”. Abbiamo infatti un sistema di tribunali che risale ancora agli stati preunitari, quando, per intenderci, ci si spostava a cavallo. Di conseguenza, la distribuzione delle risorse, umane e materiali, ad oggi è molto irrazionale. Per renderla più efficiente basterebbe inserire nella manovra una norma di poche righe: il numero dei tribunali viene ridotto soltanto a quelli che hanno sede nei capoluoghi di provincia, quelli infra-provinciali ne diventano le sezioni distaccate.
Sempre dal punto di vista strutturale, servirebbe poi una maggiore specializzazione dei magistrati. La domanda di giustizia, infatti, è sempre più specifica e qualificata.

Riguardo invece all’accelerazione dei tempi dei processi?

Innanzitutto occorre diffondere le prassi virtuose di quei tribunali che ne hanno saputo diminuire la lunghezza. Dopodiché bisogna dotare magistrati e avvocati di un rito flessibile che consenta di programmare la durata del processo facendolo restare all’interno dei limiti che l’Europa ci impone, evitando così le condanne della Corte di giustizia europea.

Su queste proposte non dovrebbe essere difficile trovare una convergenza. Sul tema più generale del conflitto tra politica e magistratura, quanto è ancora lunga invece, secondo lei, la strada della “pacificazione”?


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