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SCENARIO/ 2. Caro Berlusconi, è Napolitano la "chiave" della manovra

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Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)  Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano (Imagoeconomica)

Rispetto alle difficoltà provenienti da un sistema democraticamente “bloccato”, merito della politica fu quello di individuare formule, correggere convenzioni geopoliticamente necessitate e sperimentare modelli, che hanno aperto il varco a soluzioni politico-istituzionali altrimenti impensabili; soluzioni che hanno trasformato l’impedimento di un limite invalicabile (l’impossibile alternanza governativa derivante dal bipartitismo “imperfetto” in vigore) in un’opportunità d’inclusione e d’integrazione sociale ed istituzionale, essenziale per lo sviluppo e la pacificazione del Paese.

Rientrava fra dette soluzioni pragmatiche quella della cosiddetta conventio ad excludendum. Essa elevava a sistema l’esclusione delle forze di sinistra dal solo esecutivo statale, per il resto consentendone la partecipazione all’area di governo in senso lato, comprendente il parlamento, le magistrature, gli enti locali e le regioni. La riproducibilità democratica era, dunque, garantita dalla teoria delle “due maggioranze”, che assicurava la necessaria compresenza di una maggioranza governativa e di una distinta maggioranza legislativa, da realizzarsi per mezzo di una ricerca del consenso su singole politiche e su specifici provvedimenti legislativi. E così, se la politica estera rimaneva riservata alle forze governative, l’interpretazione della Costituzione era demandata a una rilettura in senso “progressista” sui piani della legislazione, della prassi amministrativa e della giurisprudenza ordinaria e costituzionale.

Era talmente radicata la consapevolezza della necessità per il governo di godere di un consenso sociale e politico assai più diffuso di quello meramente numerico connesso alla fiducia delle Camere, che il segretario del Pci, Luigi Berlinguer, soleva ripetere che non si sarebbe potuta governare l’Italia con il semplice 50 percento più 1 dei voti parlamentari (allora conseguiti in via proporzionale!). Fuori da ogni intento polemico, l’affermazione dimostrava l’essenzialità del primato della politica ai fini del funzionamento delle formule istituzionali e, in definitiva, della persistenza dell’impianto democratico.

Ebbene, quasi a riproporre il ciclo pittorico senese di Ambrogio Lorenzetti, in cui l’Allegoria del buon governo si contrappone a quella del malgoverno, stridente è il contrasto evidenziato da Napolitano con riguardo agli esiti della Seconda Repubblica. In questa la logica della democrazia dell’alternanza è stata lasciata “degenerare in modo sterile e dirompente dal punto di vista del comune interesse nazionale”, con la conseguenza che “il prezzo che si paga per il prevalere - nella sfera della politica - di calcoli di parte e di logiche di scontro sta diventando insostenibile”. Di qui l’angosciosa confidenza: “ci sono momenti in cui - diciamolo pure - si può disperare” della capacità dell’attuale politica di superare le attuali sfide che stringono Italia. “Ma non credo a una impermeabilità della politica che possa durare ancora a lungo, sotto l’incalzare degli eventi” e delle sollecitazioni nazionali e internazionali”.



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